Rassegna stampa
- Articoli sulla bici e su chi la usa
«Macchè nuove piste ciclabili: politici romani, dovete pedalare»
Pubblicato da Beatrice Galli - giovedì 07 gennaio 2010, 18:50
da Il corriere della sera.it
Si spacca il fronte delle associazioni di ciclisti romani dopo l'annuncio dei 40 chilometri di percorsi in progetto
ROMA - «Quaranta chilometri di nuove piste ciclabili? E' un delitto in termini di spreco delle risorse pubbliche». L'attacco, il giorno dopo l'annuncio del progetto di estensione delle strade ecologiche fatto a Copenhagen dall'assessore capitolino all'Ambiente Fabio De Lillo, non viene da un'associazione di irriducibili automobilisti. Al contrario. Sono proprio le associazioni dei ciclisti a criticare duramente l'uscita del politico romano. Il mondo delle due ruote ecologiche si divide, infatti, sull'utilità delle ciclabili. E una consistente parte dei ciclisti romani manda a dire al Campidoglio: «Andate a pedalare».
Pubblicato da Giovanni Palozzi - domenica 27 settembre 2009, 19:05
Dal Corriere di oggi - domenica 27 settembre - segnalo la seguente notizia
(molto positiva, anche se ancora in attesa di definitiva conferma
legislativa) scarica file (353 KBytes)
Pubblicato da Luca De Simone - lunedì 22 giugno 2009, 13:00
L'articolo e' tratto da "L'espresso"-N.24 anno LV
18 giugno 2009
Utopia su due ruote
E' in atto una rivoluzione.
Antropologica ma prima di tutto filosofica.
Che rivaluta la bicicletta come il mezzo di trasporto
piu' moderno possibile.Ecco protagonisti e teorici del
ritrovato andamento lento.
Di GIGI RIVA
Nessuna sorpresa nello scoprire che il professor Serge Latouche,69 anni,il teorico della decrescita felice,e' un ciclista di vecchia data.E' sorpreso lui stesso,invece,di come sia cambiata,negli altri,la percezione di questa sua abitudine:«Vent'anni fa ero considerato,al minimo,uno stravagante.Alcuni miei studenti,soprattutto africani,ne erano quasi scandalizzati.Ma come,professore,non e' dignitoso per uno del suo rango!Oggi invece sono ultrachic.E come me non sono marziani coloro che in giacca e cravatta sfilano in bicicletta per andare in ufficio.Lo fanno anche alcuni deputati dell'Assemblea nazionale».Saluta e sale sulle due ruote per andare dall'altro capo di Parigi,dove deve tenere una conferenza.Lungo il percorso trovera' frotte di pedalatori,testimonianza del successo che ha avuto l'iniziativa del Comune di fornire un “velo” in affitto a cittadini e turisti.Qualcosa di analogo(ma in sedicesimo) succede a Roma.In Italia in 21 giorni,tra l'aprile e il maggio scorsi,le migliaia di richieste hanno mandato in tilt il sistema informatico per gli incentivi a chi acquista una bicicletta (40 mila pezzi venduti in un battibaleno).Negli Stati Uniti e' appena uscito un libro, “Pedaling revolution” di Jeff Mapes,che nel sottotitolo porta una tesi fin troppo rosea:”Come i ciclisti hanno cambiato le citta' americane”.E magari fosse un dato acquisito,pero' segnala una tendenza se i chilometri di piste ciclabili crescono in modo esponenziale(Portland,in Oregon,la citta' piu' virtuosa) e i sindaci,a Chicago come a Los Angeles,si stanno ingegnando per detronizzare(auguri) sua regina l'automobile a favore della Cenerentola coi raggi.Il compianto filosofo austriaco Ivan Illich poco prima di morire nel 2002 aveva voluto aggiornare un suo saggio del 1973,”Elogio della bicicletta”(Bollati Boringhieri) che ci appare profetico adesso che il piu' elementare mezzo di trasporto sta conoscendo una nuova fortuna critica.Esemplificava: «Si possono parcheggiare diciotto biciclette al posto di un'auto... Per portare quarantamila persone al di la' da un ponte in un'ora ci vogliono dodici corsie se siricorre alle automobili e solo due se le persone vanno pedalando in bicicletta ».Calcolava: «Il trasporto di ogni grammo del proprio corpo su un chilometro percorso in dieci minuti costa all'uomo 0'75 calorie».Il massimo del risparmio energetico e senza consumo di natura,concetti di forte impatto all'epoca della svolta verde dell'uomo piu' potente del pianeta,il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.Illich aveva scelto come epigrafe del suo libro una frase di Jose' Antonio Viera-Gallo,sottosegretario alla Giustizia del governo di Salvador Allende: «Il socialismo puo' arrivare solo in bibcicletta».Andamento lento dell'egualitarismo.Legare le due ruote a un'ideologia,o rappresentarle come emblema di un certo modo di sentire deve essere una tentazione irresistibile se l'antropologo Marc Auge' con questa frase conclude il suo volume”Il bello della bicicletta” (appena uscito,sempre Bollati Boringhieri): «In bicicletta per cambiare la vita.Il ciclismo come forma di umanesimo».Si immagina,l'intellettuale francese,le citta' che fra 30 anni saranno dominate dai ciclisti e chiosa: «Il solo fatto che l'uso della bicicletta offra una dimensione concreta al sogno di un mondo utopico,in cui la gioia di vivere sia finalmente prioritaria per ognuno e assicuri il rispetto di tutti,ci da' una ragione per sperare.Ritorno all'utopia e ritorno al reale coincidono».
Bicicletta e motore sono coetanei.Hanno avuto la loro fase mitologica e conosciuto poi alterne vicende.La bici e' sprofondata nella considerazione generale,relegata nel recinto dello sport (sia anche di quello amatoriale) salvo riemergere adesso che declina,per troppi problemi di gestione,l'automobile.Come se facessero parte di un sistema di vasi comunicanti.Giu' uno,su l'altro.
Marc Auge':
“Il ciclismo offre una dimensione
concreta al sogno di un mondo migliore”
E viceversa.Auge' sostiene che il mito,seppur appannato,non e' mai morto,perche' tocca la memoria privata:la prima volta in equilibrio,la prima volta che si e' andati oltre lo spazio e il tempo delle sole proprie gambe.O forse,aggiunge, «perche' i miti sono longevi».E la politica da' una mano quando avvia,come e' successo nel mondo industrializzato,dei piani per favorire la locomozione piu' elementare.Latouche la battezza come il mezzo della ipermodernita' o della tardo-modernita'.Per la post-modernita',ripassare tra 30 anni quando certo la bicicletta ci sara' ancora e sara' nel massimo del suo splendore: «Sara' quando,fra 30 anni appunto,il petrolio sara' finito o sara' anti-economico estrarre il poco rimanenente.La bicicletta permettera' allora all'umanita' di ritrovare l'autonomia di trasporto».Gia' ora,calcola: «Se si considera il tempo passato in coda,a fare benzina,a ripararla eccetera,con l'automobile si procede,al netto,a una velocita' di cinque chilometri all'ora.Con la bicicletta si toccano i 20-30.dipende dalla gamba».Auge' concorda: «La riscoperta della bici va in contemporanea con questa epoca che io definerei modernita' tardiva».E quanto all'umanesimo,dice quello che ci si potrebbe aspettare: «In citta',con la bicicletta,si puo' mettere il piede a terra,conversare».Si puo' riscoprire una dimensione a cui non siamo abituati e che porta «felicita' vera».Almeno a lui succede: «Basta rimettersi in sella,anche dopo tanto tempo,ed e' come nuotare.Una volta imparato non lo si dimentica piu'.Si ritrova un rapporto col proprio corpo».
Qualcosa di simile sostiene anche Andrea Satta,cantante dei Têtes de Bois,autore de “I riciclisti” (Ediciclo editore),fresco reduce dal Giro d'Italia in compagnia di Sergio Staino e Moni Ovadia.Nei suoi racconti porta ancora il profumo delle emozioni provate su e giu' per i passi,tra la gente in delirio “quando che passa il Giro”.La dimensione agonistica ha potuto parecchio per l'apparato leggendario.E i campioni,si sa,non producono solo performances,ma attivano l'immaginario,stimolano emulazione.Satta porta nelle citta' italiane uno spettacolo sul ciclismo e porta se stesso in giro per Roma sulle due ruote.Si e' fatto piu' di un'idea.Associa la bicicletta alla leggerezza e tutti sappiamo,in tempi pesanti,quanto ce ne sia bisogno.Leggero e' poi il mezzo stesso: «Anche trasparente.Attraverso i raggi della bici si puo' vedere.La bici e' esteticamente bella,ha avuto piu' evoluzione tecnologica delle stesse automobili.E nonostante questo e' rimasta un oggetto decifrabile.Usiamo milioni di cose di cui non conosciamo il funzionamento e con la bici torniamo alla comprensione,una catena due ruote,niente altro».Ha anche il vantaggio della maneggevolezza: «Consente l'errore.Uno si imbuca in una strada sbagliata,da' un'occhiata e torna indietro».Fissa nei 20 all'ora la velocita' perfetta per l'uomo contemporaneo: «Il camminare e' troppo lento.A 20 all'ora vedi quella montagna,quel campanile,quelle persone,che si fanno a poco a poco piu' grandi.Hai il tempo per soffermarti e poi ti volti e li vedi rimpicciolire di nuovo».L'entusiasmo lo fa andare oltre il socialismo: «Insomma la bicicletta e' rivoluzionaria».
Ci si aspetterebbe che uno dei piu' famosi appossionati ciclisti della Penisola,Romano Prodi,sottoscrivesse in toto questo sentire.Naturalmente il professore si augura magnifiche sorti e progressive delle due ruote.Pero' frena sulle considerazioni circa il fatto che si sia gia' entrati nell'eta' dell'oro: «Fermi tutti.Le nostre citta' non sono fatte per la bicicletta.Bisognerebbe cambiarne radicalmente la struttura.E poi io non mi dimentico di essere un economista e noto che il numero totale di bici vendute continua a mantenersi su livelli molto bassi».Non ce lo vede il manager che pigia sui pedali in giacca e cravatta e poi,tutto sudato,arriva in ufficio.Anche per un problema di spazi: «Come si fa a percorrere un'area metropolitana grande come quella di Milano in tempi ragionevoli e senza fatica eccessiva? ».Certo si sente inserito,visto che da sempre pratica il ciclismo,nella «grande corrente ecologico-ambientalista-energo-risparmiatrice».senza pero' che questa virtu' abbia poi una grande riconoscibilita' sociale: «Sento ancora troppo spesso automobilisti che da dietro ti apostrofano con qualche “dai stronzo,togliti di mezzo”.E non si riferiscono al prodi politico perche' da dietro non mi possono riconoscere».Ha rispolverato una bici con cui circolare nel centro di Bologna: «Pero' non si puo' dire che si sia felici per il tempo guadagnato se poi ti passa un autobus a 36 centimetri e ti mette paura.Bisogna essere realisti».
Siccome non pone limiti alla provvidenza,prodi si augura che «insistendo insistendo il cambiamento arrivi davvero».Non lo vede all'orizzonte,ecco.Cosi' come non lo vede Franco La Cecla,antropologo e architetto.Del libro di Illich ha scritto la postfazione: «Pero' non credo che la bicicletta abbia vinto.E' una bella idea ancora marginale».Perche' la bici,di per se',«non distrugge il modello di societa' se questo modello non viene messo in questione in profondita'».La sua e' una critica,se si passa al termine, “da sinistra”: «Sono anche contrario alle piste ciclabili,mi sembrano uno zoo,l'equivalente di mettere i bambini nei parchi perche' rompono».Forse sogna una citta' solo di bici e pedoni.Ma la bicicletta arriva da lontano,va lenta eprocede al passo di pedale per andare lontano.
CAMMINARE PER NON DIMENTICARE
di Andrea Visconti
Non solo la bicicletta.C'e' chi riscopre l'esperienza del camminare come connotato fondamentale della cultura e dell'identita'.Geoff Nicholson,scrittore inglese,autore del “ The Lost Art of Walking”,dice: «Camminare ha un suo ritmo che riflette le diverse culture.A Marrakesh lo spazio sul marciapiede e' condiviso in modo differente che non nelle citta' occidentali.E io stesso sperimento queste differenze quando lascio Londra e cammino in un'altra citta'.Ho sempre bisogno di un periodo di adattamento».La ricerca di Nicholson parte da precisi riferimenti storici e letterari.L'autore cita Lao-tzu,filosofo che nel VI secolo a.C. scrisse: «Un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo»,un riferimento al fatto che il camminare e' strumento di scoperta.Celebre poi,nella cultura cattolica,il cammino di Compostela.Ma e' nell'Inghilterra del Seicento che il camminare diventa elemento di riflessione vera.Nel 1621 Robert Burton scrive”L'anatomia della melanconia”in cui identifica nel camminare una cura contreo la depressione: «Non c'e' cura migliore che mettersi in movimento».
Nel 1678 John Bunyan scrive “The Pigrim's Progress “ uno dei piu'' celebri testi di letteratura inglese e un punto di riferimento sul significato del camminare : «Un viaggio dalla citta' della distruzione alla citta' celeste»,per Nicholson.
Dal camminare si passa al correre,un cambiamento che,scrive il giapponese Haruki Murakami nel suo recentissimo libro”What I talk about when I talk about running” significa il salto verso un mondo di meritocrazia.
Crisi economica, stili di vita più sani, la spinta verde di Obama
stanno facendo affermare la bicicletta come mezzo alternativo all'auto
Da New York a Frisco tutti in bici
l'ultima rivoluzione dell'America
dal nostro inviato FRANCESCA CAFERRI
PORTLAND - La rivoluzione avanza silenziosa nelle strade di Portland. La portano avanti uomini e donne senza bandiera, ma con la testa protetta da caschi colorati: indossano giacche di plastica per ripararsi dalla pioggia e ganci alle caviglie per non sporcare i pantaloni. Ogni mattina marciano compatti a un ritmo regolare: quello dei pedali delle loro biciclette. Portland, la più grande città dell'Oregon, universalmente riconosciuta come la città più bike-friendly degli Stati Uniti, da qualche anno è l'epicentro di un movimento che, lentamente ma senza sosta, si sta diffondendo in tutto il paese: l'affermazione della bicicletta come mezzo di trasporto alternativo alla macchina nei grandi centri americani.
A Portland, buona parte della città si muove su due ruote: le piste ciclabili sono numerose, i parcheggi per bici anche, molti negozi hanno un ingresso riservato ai ciclisti e i fattorini pedalano fra un ufficio e l'altro senza sosta. Le mamme poi girano con bici speciali, con una sorta di grande cesta di plastica nella parte posteriore: qui, assicurati da cinture di sicurezza, i bambini giocano in tranquillità. "Portland non è Amsterdam. E gli Stati Uniti non sono l'Olanda - spiega Jeff Maples, firma di punta del quotidiano "Oregonian" e autore di ""Pedaling Revolution", un libro che racconta l'ultima rivoluzione dell'America - ma il numero delle persone che usano le due ruote negli ultimi due anni è aumentato in tutto il Paese: i ciclisti hanno imposto alle città di creare spazi e regole per loro e nei prossimi anni il trend non potrà che aumentare".
A spingerlo, secondo esperti, ci sarà più di un fattore: la drammatica crisi economica che attanaglia gli Stati Uniti e che spinge migliaia di persone a tagliare ogni possibile costo, comprese auto e benzina. L'enfasi che sempre più medici mettono nella necessità di condurre uno stile di vita sano e di fare movimento. L'aumento dei mezzi di trasporto pubblici (la maggior parte dei quali c'è un posto per le bici). La riscoperta dei centri delle città - downtown - come spazi di vita e non solo di lavoro, con il conseguente abbandono delle villette di periferia che per anni hanno rappresentato il modello ideale di casa degli americani. E la "rivoluzione verde" promessa da Barack Obama: più finanziamenti per energie alternative e trasporto pulito, meno enfasi sulle auto. "Obama - insiste Maples - è stato il primo candidato alla presidenza a parlare di bici come mezzo di trasporto pubblico e a sollecitare l'appoggio dei gruppi su due ruote durante la campagna elettorale".
Così a New York nuove piste ciclabili hanno reso la Grande mela un luogo vivibile per i ciclisti, risultato inimmaginabile fino a qualche anno fa. A San Francisco, i raduni del movimento su due ruote Critical mass raccolgono ogni anno migliaia di persone. E anche a Phoenix, una delle metropoli più estese degli Stati Uniti e una di quelle con il numero maggiore di automobili, i ciclisti cominciano a non sentirsi più come animali rari: "Molti automobilisti pensano che io sia un poveraccio - dice un ragazzo su due ruote femo al semaforo - ma siamo sempre di più a girare in bici, e oggi ricevo molti meno insulti di un anno fa".
"Non credo che arriverà mai il giorno in cui vedremo ogni americano andare in bici: è una cosa che devi davvero volere e amare. Non può essere imposta - conclude Mapes - ma le cose stanno cambiando. E non poco. Dieci anni fa il mio libro non sarebbe mai stato accolto con favore. E cinque anni fa gli automobilisti non sarebbero stati così rispettosi con me e con gli altri ciclisti nelle strade delle grandi città. Andiamo verso un futuro in cui, soprattutto nelle grandi città, ci sarà una sempre maggiore scelta nei mezzi di trasporto. Sempre più auto finiranno in garage. E io sono fiducioso che nelle strade americane ci saranno sempre più biciclette".