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Cicloviaggi - Spostarsi in bicicletta alla scoperta del mondo

Giro del Monte Bianco in MTB - 3/7 agosto 2009
Pubblicato da Andrea Filabozzi - giovedì 03 settembre 2009, 09:17

http://picasaweb.google.com/kirkel74/DropBox#

Partecipanti:
Valerio Di Fulvio – Fabio Bardelli
Ricordo che a inizio primavera, quando si incomincia a pensare a cosa fare per l’estate, Fabio propose, quasi senza troppa enfasi e forse pensando che nessuno si sarebbe fatto coinvolgere in una impresa tanto ardua, l’idea di fare in MTB, in completa autonomia, il giro del grande re delle Alpi: il Monte Bianco.
In sordina e non ancora convinto dell’idea, iniziai a cercare notizie su internet e a leggere i pochi e scarni resoconti di quelli che ci avevano preceduto, quasi tutti appoggiati a guide locali con servizio di trasporto bagagli. Le foto, quanto letto, la voglia di mettersi alla prova ancora una volta, l’avventura, la montagna (e che montagna!) e l’idea di condividere con Fabio – con cui avevo già affrontato lo Sciliar in MTB l’anno scorso – questa bella impresa, bastarono ad accendere in me l’entusiasmo per quello che, almeno sulla carta, sembrava essere qualcosa da poter ricordare a lungo. Dal materiale trovato prese forma il giro che sembrava essere il più adatto alle nostre esigenze e che ci permetteva di pedalare il più possibile, ma non avevamo messo in conto un fattore importante e che non pensavamo mai di trovare sulle montagne… il canto delle Sirene.
Prima tappa (03 agosto 2009): Courmayeur (AO) – Les Chapieux
Lunghezza 30 km – Dislivello 1300 m
Nella tarda mattinata arriviamo a Courmayeur (1224 m s.l.m.) e iniziamo a preparare bici e bagagli. Fabio carica tutto nel suo zaino mentre io, avendo deciso di non voler portare nulla sulle spalle, sistemo le ultime cose nelle borse Ortlieb montate sul portapacchi della mia bici. Le preoccupazioni sul meteo pian piano svaniscono, la perturbazione in arrivo dalla Francia e prevista per il giorno della partenza, fa in tempo a passare in zona prima del nostro arrivo e solo un leggero strato di nuvole accompagna la nostra partenza. Muoviamo le prime pedalate in direzione dell’abitato di La Saxe, dove alla prima fontana facciamo rifornimento di acqua e la prima foto di rito.
Siamo entusiasti ed euforici, ma allo stesso tempo un po’ preoccupati per quanto ci attende. Sappiamo che saranno cinque giorni di fatica e nessuno dei due può sapere quali imprevisti potrà riservarci un percorso come quello che ci accingiamo ad iniziare.
Da La Saxe le indicazioni ci portano verso la Val Veny, percorrendo una strada asfaltata che inizia con alcune rampe di pendenza superiore al 10%, sicuramente non il massimo per scaldare i muscoli. Poco dopo la strada spiana e, nonostante alcune nuvole basse coprano la visuale sulle cime più alte, veniamo subito rapiti dalla maestosità e dalla bellezza del paesaggio: già solo lo “specchio più bello del mondo” ci fa sentire spettatori privilegiati della meraviglia che stiamo attraversando. Costeggiamo la Dora di Veny e pian piano, senza quasi avvertire fatica, arriviamo a Combal (2020 m s.l.m.), con l’omonimo lago, dove una spettacolare vista sul ghiacciaio del Miage ci costringe piacevolmente a una sosta-foto prima di iniziare il tratto più impegnativo della giornata. Superato il lago di Combal continuiamo a salire lungo un comodo sentiero pedalabile fino a un incrocio, dove prendiamo a sinistra seguendo le indicazioni per il Col de la Seigne ed evitando di salire fino al rifugio Elisabetta. Da qui la strada inizia a farsi più ripida e siamo costretti a spingere a piedi le bici. Facciamo una sosta alla “Casermetta”, un edificio risalente alla Seconda guerra mondiale e attualmente adibito a centro informazioni, dove un bellissimo plastico illustra tutto il Tour del Monte Bianco: approfittiamo dell’occasione per ripassare il giro previsto. Le indicazioni del personale presente spostano la nostra attenzione su una variante per la tappa di domani, che ci assicurano essere una valida alternativa per le MTB. Solo il giorno dopo ci accorgeremo che probabilmente nessuno di loro aveva mai messo piede su una bici in montagna…
Ripartiamo e, in poco meno di mezz’ora, con bici a spinta, siamo sul Col de la Seigne (2512 m s.l.m.) punto più alto della tappa odierna: siamo in Francia. Scattiamo qualche foto e subito ci buttiamo nella prima e divertente discesa che ci porta, senza un solo colpo di pedale, fino a Le Chapiex (1554 m s.l.m.) dove pensavamo di trovare un caratteristico paesello e invece rimaniamo delusi trovando solo un piccolo rifugio, un albergo e un negozietto in cui compriamo un delizioso formaggio locale che assaporiamo in attesa della cena, un po’ troppo lontana per il nostro appetito.
Seconda tappa (04 agosto 2009): Les Chapieux – Les Contamines
Lunghezza 25 km – Dislivello 1300 m
Al mattino la giornata è splendida e ci sentiamo bene, l’entusiasmo e la frizzante aria di montagna scacciano lo stress accumulato nella quotidianità della città e, con una ritrovata vitalità del corpo, alle otto siamo già sui pedali. Lasciamo Le Chapiex in leggera discesa e subito prendiamo a destra verso il Cormet de Roseland, tappa mitica del Tour de France. Dopo circa 3,5 km iniziamo a sentire nelle orecchie quello che per ben due volte ci porterà a una variante rispetto al giro che avevamo prefissato: il soave canto delle Sirene. Dimenticati a casa i tappi di cera e un po’ convinti dalle indicazioni ricevute il giorno prima alla “casermetta”, abbandoniamo l’asfalto e prendiamo a destra il sentiero che conduce al Col de la Croix du Bonhomme (2412 m s.l.m.). Spingiamo le bici per circa 700 m di dislivello su tratti veramente duri che ci costringono a ripetute soste. Fabio con lo zaino in spalla, fortissimo durante tutti i tratti più impegnativi del giro, procede più spedito. Io invece, con le borse attaccate alla bici che puntualmente mi arrivano sui polpacci impedendomi il movimento, faccio una gran fatica a guadagnare metri di dislivello. Con l’ausilio di alcune cinghiette trasformo una delle due borse in zaino, liberando così un lato della bici su cui riesco finalmente ad avere spazio libero per spingere nel tortuoso e stretto sentiero che si arrampica lungo il pendio. Dopo quasi due ore di fatica, arriviamo affamati al rifugio Col de la Croix, dove ci concediamo una lunga e meritata sosta arricchita da un ottimo piatto di spaghetti alla carbonara, l’unico piatto di pasta che mangeremo nei cinque giorni del tour. La visuale dal rifugio è mozzafiato, siamo circondati per trecentosessanta gradi da montagne, guglie, vette coperte di neve, valli, ghiacciai e nevai, panorama che sicuramente ci ripaga della fatica appena consumata. La vista è splendida e ci concediamo qualche foto ricordo prima di ripartire.
Ritrovate le forze superiamo facilmente il leggero dislivello che separa il rifugio dal Col de la Croix du Bonhomme, da cui iniziamo a scendere su salti di roccia che ci costringono a portare le bici a mano per quasi tutti i 100 metri di dislivello che ci separano dal Col du Bonhomme (2329 m s.l.m.), dove finalmente risaliamo in sella. La discesa verso Les Contamines (1167 m s.l.m.) è lunga e tecnica e più volte suscitiamo la curiosità dei vari escursionisti a piedi che ci vedono scendere in sella lungo il sentiero.
Lungo la discesa, in un tratto di falsopiano, la catena di Fabio si rompe e ci fermiamo a ripararla utilizzando un pezzo di catena che fortunatamente avevamo portato per l’emergenza.
Verso la valle il sentiero diventa una comoda sterrata che prosegue nel bosco sino a giungere dapprima al ponte Romano e poi al turistico paese di Les Contamines (1167 m s.l.m.), dove raggiungiamo il rifugio prenotato per la notte. Approfittiamo del tempo a disposizione prima della cena per una passeggiata lungo la via principale, disseminata dei classici negozi di souvenir e di articoli sportivi che caratterizzano le località più soggette al turismo alpino.
Note: Non volendo affrontare il notevole dislivello a spinta che porta al Col de la Croix du Bonhomme si può continuare a salire su asfalto verso il Cormet de Roselend scendendo poi giù al lago di Roselend. Si scavalca un piccolo colle ed in salita si raggiunge il col de la Gitte e successivamente il col du Joly, da dove in discesa si arriva a Les Contamines.

Terza tappa (05 agosto 2009): Les Contamines - Trient
Lunghezza 50 km – Dislivello 2080 m (di cui 650 m in funivia)

Da Les Contamines partiamo in discesa su asfalto fino a poco dopo La Chapelle, dove prendiamo la stradina asfaltata sulla destra che riconduce sul percorso basso del T.M.B., il GR5. Poco dopo l’asfalto cede il posto allo sterrato e la strada, anche se comoda, impenna con degli strappi micidiali su cui facciamo difficoltà anche a spingere e sui quali per ben due volte Fabio rompe la catena. Dopo Le Champel, lungo una serie di saliscendi pedalabili, per la prima volta il re delle Alpi si mostra in tutto il suo splendore. Siamo ai suoi piedi e ci godiamo la visuale bellissima grazie anche a un cielo limpido che nulla nega alla nostra vista. Tra lamponi, mirtilli e qualche fragolina di bosco, ce la prendiamo comoda fino Bionnassay con lo sguardo che, più che sulla strada, è teso all’indietro ad ammirare l’imponente cima del Bianco. A Bionnassay (1350 m s.l.m.), all’inizio della salita che conduce al Col de Voza (1653 m s.l.m.), un bellissimo esemplare di cervo esce dal bosco e con un salto attraversa la strada proprio davanti ai nostri occhi. Non facciamo in tempo ad estrarre le macchine fotografiche e ci godiamo la bellissima sorpresa seguendo con lo sguardo l’agile animale finché non scompare nuovamente tra gli alberi.
Superiamo a spinta, in un’ora circa, i trecento metri di dislivello che ci separano dal Col de Voza e ancora una volta questo giro ci regala uno splendido scorcio da cartolina, con l’ormai immancabile presenza regale e il passaggio del trenino a cremagliera che da S. Gervais porta sino al Nid d’Aigle, quasi a ridosso del ghiacciaio di Bionnassay. Seduti al piccolo bar ci gustiamo una birra, immersi nell’atmosfera rilassante del posto e circondati dai suoni tipici del passo, con il vociare mai invadente dei piccoli gruppi di escursionisti che arrivano e partono, il passaggio suggestivo dei vagoni che si inerpicano lungo la montagna e qualche bambino che gioca sereno sui prati circostanti. A fatica decidiamo di ripartire.
Sui resoconti che avevamo letto si descriveva la discesa dal Col de Voza come poco entusiasmante, invece – quasi per caso – imbocchiamo il sentiero che conduce sulle discese da down hill e ci ritroviamo su divertentissime curve paraboliche, passerelle di legno, e qualche salto non impegnativo su cui, nonostante il nostro ingombrante bagaglio, diamo il meglio della nostra anima di discesisti. Restiamo sul tracciato “rosso” evitando prudentemente i vari tratti classificati come “neri” e chiedendoci increduli come sia possibile scendere con una bici su simili verticalità, tra rocce, radici e alberi. In breve siamo a Les Houches (993 m s.l.m.), dove, davanti a un pollo allo spiedo, affermiamo in via definitiva che in ambito culinario i francesi, almeno secondo i nostri gusti, sono proprio negati. Da Les Houches, all’ombra del bosco, seguiamo la piacevole ciclabile che costeggia il fiume fino a Chamonix (1030 m s.l.m.), dove continuiamo in salita su asfalto fino a Le Tour (1470 m s.l.m.): qui utilizziamo gli impianti di risalita per raggiungere il Col de Balme (2204 m s.l.m.). Siamo in Svizzera e prima di ripartire ci soffermiamo sull’incredibile panorama che spazia dalle Alpi svizzere fino alla valle di Chamonix, con il Monte Bianco in lontananza.
La discesa verso Trient (1271 m s.l.m.), ripida, lunga, tecnica, ma divertentissima, è un vero volo a strapiombo sulle rocce dove su ogni tornante sembra quasi di avere le ali. Fatico non poco a governare la mia front, appesantita dalle borse attaccate al portapacchi, tra salti di rocce, tornanti, radici e single track. Fabio con la full e lo zaino va più spedito e ogni volta che lo raggiungo lo vedo entusiasta e divertito. Raggiungiamo la valle e pian piano ci avviciniamo a Trient, tra casette di legno incastonate nel verde brillantissimo di questa piccola valle che ci riporta un po’ indietro ai tempi di Heidi, Peter e la capretta Fiocco di neve che, vedendoci arrivare, ci saluta felice dai prati. Sulla terrazza del Relais Du Mont Blanc, dove pernottiamo, ci godiamo il tramonto in questa splendida valle con le creste e i nevai, in alto, che si tingono di rosso mentre il sole cala lentamente dietro le vette.
Quarta tappa (06 agosto 2009): Trient – La Fouly
Lunghezza 40 km – Dislivello 2000 m
Da Trient partiamo in salita su asfalto e abbastanza agevolmente raggiungiamo il Col de la Forclaz (1526 m s.l.m.), dove per la seconda volta ci accingiamo a pagare il prezzo di una nostra dimenticanza: i tappi di cera. Dal folto del bosco le Sirene iniziano a cantare e noi non sappiamo resistere alla tentazione prendendo a destra il sentiero che conduce al Col du Bovine (1987 m s.l.m.). Il toponimo non lascia dubbi sul tipo di animali che incontreremo lungo il percorso: mucche curiose che più volte, per nulla intimorite, si avvicinano ad annusare le nostre bici. Il sentiero inizia ciclabile, ma pian piano diventa una lunga e irta scala rocciosa da fare necessariamente a piedi, guadagnando lentamente metro su metro, fino al colle dove c’è una piccola malga: ci fermiamo per una sosta a base di formaggio locale e salumi nostrani dal sapore quasi commovente.
Che la salita fosse dura ce lo aspettavamo, non immaginavamo invece che il tratto più impegnativo della giornata stava per avere inizio, la discesa. Rifocillati ed illusi che il peggio fosse passato ci prepariamo, entusiasti come sempre in questi frangenti, ad iniziare in sella la discesa, guanti, casco, sella bassa e via. Dopo un brevissimo tratto, che riusciamo a fare in sella, iniziamo a metterci alla prova in una nuova disciplina….il bike-alpinismo. Cinquecento metri di dislivello in appena 1,5 Km tra larici, abeti e salti di roccia alti anche un metro che ci impegnano per più di un’ora e dove diamo fondo a buona parte delle nostre energie. A Plan de l’Eau, dove finalmente ritroviamo un sentiero “pianeggiante”, ci voltiamo indietro a guardare dove siamo scesi e ci pare incredibile pensare che altri prima di noi lo abbiano fatto in salita, complimenti davvero.

Il sentiero diventa presto una larga e comoda forestale che conduce sulla strada asfaltata; imbocchiamo a destra in salita verso Champex d’en Bas e poi fino al favoloso abitato di Champex (1477 m s.l.m.), dove ci concediamo una sosta in bar sulla riva dell’omonimo lago. Da Champex scendiamo per sentieri fino a Issert (1005 m s.l.m.), riprendendo a salire su asfalto in direzione di La Fouly (1594 m s.l.m.). A Praz de Fort ci dividiamo. Fabio, che conserva ancora energie residue, decide di proseguire su sentiero, mentre io, che ormai conto le riserve con il contagocce, proseguo su asfalto. Nello spartano ma carinissimo rifugio La Lechere (1610 m s.l.m.) ci sembra prelibata anche la solita “sbobba” francese (come la chiama Fabio) e appena fa buio ci abbandoniamo a un profondo sonno fino all’alba.

Note: La variante al Col du Bovine, che sconsiglio fortemente, può essere evitata proseguendo, dal Col de la Forclaz, in discesa fino a La Vallette e poi in salita per dodici chilometri fino a Champex.

Quinta tappa (06 agosto 2009): La Fouly - Courmayeur
Lunghezza 26 km – Dislivello 930 m

Recuperate le forze, al mattino siamo i primi a lasciare il rifugio, seguendo in salita le indicazioni per il Col du Gran Ferret (2537 m s.l.m.). Lungo la salita ci fermiamo più volte: messa in risalto dalla prima luce del mattino, siamo calamitati dalla privilegiata visuale sul Mont Dolent, con il suo imponente ghiacciaio, e sul versante svizzero della Val Ferret. Con pedalata lenta e regolare raggiungiamo l’alpeggio di La Peule (2072 m s.l.m.), dove ci fermiamo per una seconda colazione a base di pane e formaggio locale. Dopo la sosta mi accorgo che il sostegno destro del mio portapacchi ha ceduto, piegato dalle sollecitazioni ricevute nei giorni precedenti. Con un mollettone realizzo un tirante di emergenza, ancorando il lato danneggiato alla sella e cercando di far gravare il meno possibile il peso sull’elemento compromesso. Da La Peule la strada lascia il posto a un comodo sentiero e iniziamo il tratto più impegnativo della tappa odierna, cinquecento metri di dislivello, solo a tratti pedalabili, che ci portano lentamente, ma senza grossi problemi, verso il confine Svizzera-Italia, il Col du Gran Ferret, cima Coppi dell’intero giro. Anche oggi la giornata è splendida e il panorama del versante sud del massiccio del Bianco ci si offre con il Dente del Gigante, le Gran Jorasses e il versante italiano del Mont Dolent e della Val Ferret; la visuale a tutto tondo è mozzafiato e ci gustiamo ogni angolo di questo paradiso. Scattiamo alcune foto e rispondiamo volentieri alle domande di alcuni curiosi che ci chiedono informazioni su mezzi e percorso effettuato. Manca l’ultimo breve tratto del giro, ma in cuor nostro festeggiamo già per l’impresa portata a termine e orgogliosi ci prendiamo i complimenti di chi, meravigliato, ascolta il susseguirsi delle tappe effettuate nei giorni appena trascorsi. Ci prepariamo per la discesa e un simpatico signore ci offre divertito il countdown verso l’ultimo volo sui seicento metri di dislivello che ci separano dal fondo vale. Il sentiero è ripido e veloce e solo il pensiero dell’ingombrante bagaglio, ancorato con il mezzo di fortuna sia alla sella che al carro della mia bici, toglie un po’ di divertimento alla discesa. Arriviamo al rifugio Elena e decidiamo di continuare senza sosta risalendo leggermente fino al rifugio Bonatti. Distratti superiamo però la deviazione a sinistra e, senza quasi rendercene conto, ci troviamo sulla strada asfaltata che lungo la Val Ferret conduce a Courmayeur. Nessuno dei due ha voglia di tornare indietro, di salite ne abbiamo avute abbastanza e decidiamo allora di suggellare la conclusione del giro con della buona cucina italiana in un delizioso ristorante sulla strada: spazzoliamo una gustosissima polenta valdostana con spezzatino di cervo e concludiamo il pranzo con il primo decente caffè espresso consumato dopo cinque giorni di astinenza forzata.
Siamo felicissimi e pieni di un sano orgoglio.
Già dimenticate le fatiche appena trascorse, intavoliamo qualche ipotesi per il prossimo anno e chissà che al grande Re delle Alpi non si possa trovare una Rosa compagna degna di tanta regale bellezza.
Propongo a Fabio un ultimo brindisi, ringraziandolo per l’idea, l’ottima compagnia e il sostegno morale ricevuto durante i tratti più duri del giro.
Non so a voi, ma a me viene già voglia di ripartire.


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