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Facciamo a pezzi la bicicletta! - Appunti per un corso di manutenzione

Il "cyborg"
Pubblicato da Marco Pierfranceschi - sabato 21 maggio 2005, 09:49

Per quanti non hanno confidenza con la fantascienza spiegherò che il termine "cyborg", che ho usato per introdurre il capitolo, deriva dalla fusione dei due termini "cibernetico" e "organico" e sta ad indicare un essere in parte biologico e in parte macchina.
Il termine, in questo caso, è usato intenzionalmente a sproposito.
Nell'accezione che intendo dargli, infatti, anche un uomo che mangia usando una forchetta si potrebbe considerare un "cyborg".
Tuttavia, lavorare partendo da questa forzatura concettuale serve per marcare la differenza che esiste tra il considerare il sistema "ciclista/bicicletta" come un tutto unico, e non già come appartenente alla tipologia classica "utente/utensile".
La differenza sta tutta in quanto vi faranno male le mani ed il sedere la sera, e in quanto sarete stanchi tornando a casa dopo una pedalata!
Il punto chiave è:
LA NATURA NON HA MODELLATO IL CORPO UMANO PER ADEGUARLO ALLE ESIGENZE DELLA BICICLETTA, QUINDI STA A NOI MODELLARE LA BICICLETTA PER ADEGUARLA ALLE ESIGENZE DEL NOSTRO CORPO
Il buffo di questa affermazione è che praticamente tutti sarebbero disposti a sottoscriverla, ma sono pochi quelli che conoscono esattamente le esigenze del proprio corpo, soprattutto in rapporto all'uso della bicicletta.
Per questo motivo si trovano tuttora in commercio, accanto a ottime biciclette di concezione moderna e razionale, letali trappoloni, antidiluviani ed antifunzionali, misteriosamente sopravvissuti a molti decenni di evoluzione ed in grado di far passare la voglia di pedalare anche al cicloturista più appassionato.
E per fortuna che l'aberrazione tutta italiana della "Graziella", pseudo-bicicletta concepita negli anni '60 come appendice dell'automobile, è ormai pressoché estinta.
Però esistono ancora, in virtù di una incomprensibile concezione di "eleganza", orribili "cancelli" di venti chili, senza cambio, capaci di seppellire qualunque fantasia di escursione che vada al di là della passeggiata ai giardini pubblici, e rapidamente destinati, dopo limprovvido acquisto, all'oblio in polverosi scantinati.
L'unica scusante che si può considerare valida è che, in effetti, la corretta posizione sulla bicicletta non si può inventare a tavolino sulla base del solo intuito, ma è il frutto di una serie ininterrotta di aggiustamenti che si sono rivelati validi nell'arco dei molti decenni di evoluzione del mezzo.
Diciamo che il rapporto ciclista/bicicletta deve ottimizzare le seguenti esigenze:
* Trasmissione della spinta
* Distribuzione del peso corporeo
* Comodità di guida
* Accesso ed uso dei comandi
Il principio fondamentale su cui si basa la bicicletta consiste nella trasformazione di una spinta verticale (del piede sul pedale) in una spinta orizzontale del mezzo.
Per ottenere il massimo della resa occorre che nella fase più utile della spinta, ovvero con la pedaliera orizzontale, il baricentro del corpo gravi verticalmente sul pedale anteriore.
Questo comporta una posizione inclinata del busto di circa 45° rispetto alla verticale, e una posizione delle braccia perpendicolare al busto (90°).
Tutto ciò consente uno scarico ottimale dei pesi e previene la colonna vertebrale dalle conseguenze di urti e vibrazioni. La maggior distanza dall'articolazione (spalla) dei polsi rispetto alle ossa del bacino fa sì che la posizione del manubrio sia necessariamente più bassa rispetto a quella della sella, e ciò è da ritenersi perfettamente naturale.
Per un'ottimale sfruttamento della muscolatura della parte bassa della gamba (polpaccio) la posizione del piede sul pedale deve far corrispondere l'inizio dell'articolazione (dove il piede si piega) con l'asse del pedale.
Qualunque altra posizione porta alla riduzione dell'efficienza della pedalata, con un maggiore affaticamento di alcuni muscoli, a scapito di altri che non lavorano a sufficienza.
Va aggiunto che la gamba, nel punto di massimo allungamento deve distendersi quasi completamente, il che facilita lo smaltimento dell'acido lattico e della sensazione di affaticamento.
Per di più la conformazione dell'articolazione del ginocchio richiede che il centro di questo, nella fase di massima spinta, gravi esattamente sulla verticale dell'asse del pedale anteriore.
I criteri sopraindicati valgono per la regolazione della posizione della sella rispetto ai pedali, nei termini di altezza ed avanzamento.
L'inclinazione verticale della sella, nella maggior parte dei casi, e' preferibile sia nulla (sella orizzontale), fatte salve particolari esigenze anatomiche che possono far consigliare un abbassamento della punta.
Tipicamente se la punta della sella è troppo alta il bacino assume una posizione scorretta, ed il ciclista tende ad incurvare la schiena e fatica a raggiungere il manubrio, inutile far presente la gravità dei danni che può comportare il mantenere a lungo una tale errata postura.
La morbidezza della sella non è garanzia di comfort, però a volte aiuta, soprattutto allinizio.
Se, a questo punto della regolazione della bici, il manubrio risulta troppo lontano, ovvero se l'angolo tra il corpo e le braccia è superiore ai 90° vuol dire che siamo sulla bicicletta sbagliata.
Vi auguro, in questo caso, di non averla già comprata.
E' infatti frequentissimo che i negozianti, pur di far contento l'acquirente, e quindi di garantirsi la vendita, sorvolino su questo dettaglio fondamentale!
Il "vizietto" di vendere bici spesso non commisurate alle misure del relativo ciclista comporta inoltre la scarsa reperibilità di biciclette di misura adatta a persone al di sotto del metro e sessanta, e vanno pure aggiunti tutti coloro la cui conformazione anatomica non rientra negli standard quanto a rapporto gambe/braccia/torace.
D'altro canto non è neppure tutta colpa dei negozianti se la gran massa di acquirenti malaccorti si preoccupa principalmente del colore del telaio!
Attenzione poi ad evitare i manubri ripiegati allindietro, diffusi soprattutto nei modelli da "passeggio" (ma che significa, poi?) e in quelli "da signora" (no comment!), perché costringono i polsi in una posizione sbagliata.
Se la differenza rispetto alla posizione ottimale non è enorme si può a volte (in parte) ovviare provvedendo alla sostituzione dell'attacco del manubrio con un modello più corto (ovvero più lungo), con l'unico inconveniente, non particolarmente grave, di causare una modifica dell'assetto di sterzo della bici, appena avvertibile in curva.
E' bene, in ogni caso, che tale misura non scenda al di sotto dei 6-7 centimetri, pena reali difficoltà di controllo del mezzo.
Fatto questo, nel caso dei manubri dritti (tipo mountain bike) ormai universalmente diffusi, occorre verificare che le impugnature siano collocate ad una larghezza tale che le braccia si trovino parallele tra loro (ed è rarissimo che ciò accada).
Per correggere leccessiva larghezza delle impugnature (una delle poche certezze per chi acquista una mountain bike) bisogna allentare le leve dei freni (e quelle del cambio, ove non facciano corpo unico).
Provvederemo a fissare le prime su un piano che è la prolunga ideale dell'avambraccio, e le seconde (se necessario) in modo che effettuino un movimento ad esse parallelo.
Questo fa sì che la posizione del polso rimanga ottimale anche su una discesa lunga e dissestata (cosa che aiuta a prevenire le tendiniti).
Nella parte di manubrio che avanzerà (come già detto, i manubri sono sempre più larghi del necessario) potremo collocare due impugnature supplementari, in posizione di poco sollevata dall'orizzontale, l'eventuale ulteriore eccesso nella larghezza del manubrio andrà segato via senza rimpianti.

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