Pubblicato da Marco Pierfranceschi - martedì 27 dicembre 2005, 10:54
8 agosto
Il viaggio in Repubblica Ceca non parte bene.
La sveglia all'alba, dopo il rientro anticipato da Pianello del giorno prima e i bagagli fatti in fretta e furia, non è sufficiente a prendere il previsto treno per l'aeroporto. Ripieghiamo sul successivo (mezz'ora dopo) e siamo costretti a fare il check-in all'ultimo minuto, col risultato che ci vediamo addebitare un sovrappeso non del tutto giustificato e la Polizia aeroportuale mi obbliga a buttare il cavo d'acciaio gommato e il lucchettone per legare la bicicletta, pretendendo essere "oggetti pericolosi".
Arrivati a Praga rimontiamo le bici, quest'anno trasportate nelle apposite sacche, e constatiamo che non hanno subito danneggiamenti, quindi ci muoviamo alla volta della città.
L'aeroporto di Praga non è servito da linee ferroviarie, per cui iniziamo l'avvicinamento al centro armati di mappe turistiche rimediate all'aeroporto, della fedele guida Lonely Planet e di un po' di fantasia. Un po' per caso, un po' per scelta, ci ritroviamo nella piazza principale, accanto all'orologio astronomico, e non resistiamo alla tentazione di una breve passeggiata in centro bici a mano.
Una curiosità di quest'anno è la cow-parade, un'iniziativa di beneficenza che ha disposto nei vari angoli della città circa duecento statue di mucche a grandezza naturale colorate e "rielaborate" da artisti di tutto il mondo... l'effetto è stravagante e i turisti si divertono un mondo a farcisi fotografare accanto.
Purtroppo l'albergo prenotato "a tariffa scontata" dall'agenzia risulta essere lontanissimo dal centro, obbligandoci a percorrere svariati chilometri su una specie di tangenziale, trafficata e molto pericolosa. Arriviamo e troviamo un albergo a quattro stelle di sfarzo decisamente eccessivo e pacchiano, con annesso casinò, eppure a vedere due cicloturisti stanchi e impolverati non battono ciglio.
Una volta sistemati optiamo per tornare a cena in centro con la metropolitana, e dopo un breve giro serale pasteggiamo con soddisfazione festeggiando l'inizio dell'avventura con i primi due boccaloni di "pivo", come si chiama qui la birra.
9 agosto
Avendo dovuto prenotare insieme al volo tre notti a Praga ce ne siamo riservate due all'inizio, dopo l'arrivo, e una alla fine, prima della partenza, per aver modo di lasciare in deposito in albergo le ingombranti sacche per il trasporto delle bici.
Questa seconda giornata è tutta dedicata alla scoperta di Praga, città splendida ma purtroppo, in questo periodo, letteralmente soffocata dai turisti e con le facciate dei palazzi del centro storico sfregiate dai negozi di souvenir, tanto che, giunti a sera, non vediamo l'ora di partire in bici il giorno dopo per ritrovare un po' di tranquillità.
Una delle curiosità che non ci sentiamo di mancare è il "Museo del Comunismo", che ci restituisce l'idea di un periodo storico dominato da grandi ideali e scarso senso pratico, terminato con brucianti disillusioni e pesanti azioni repressive da parte delle istituzioni, fino alla "rivoluzione di velluto" seguita alla caduta del muro di Berlino nell'89.
10 agosto
Dovendo attraversare Praga da sud a nord, la prima tappa inizia sulla metropolitana, dove è possibile trasportare nell'ultimo vagone un max di due biciclette al prezzo di metà di un biglietto passeggero (cadauna). Certo, probabilmente non erano previste bici da viaggio stracariche di borse, e portarle su e giù per le scalinate di accesso (quando non ci sono le scale mobili) non è proprio facilissimo, ma sempre meglio dell'esperienza "autostradale" dell'arrivo.
Prima di partire acquistiamo le ottime mappe delle quali Marco Rosolia, ispiratore del viaggio, ci aveva fatto le fotocopie, uno strumento che si rivelerà decisivo per la riuscita della vacanza. Mappe di tale dettaglio e precisione (in scala 1:75.000) in Italia davvero ce le sogniamo...
Compriamo inoltre, in un negozio di biciclette, una nuova catena in sostituzione di quella che la polizia aeroportuale italiana ci ha costretto ad abbandonare.
Il primo tratto della pista ciclabile sulla Moldava (fiume che successivamente confluisce nel Labe, il quale a sua volta, passato il confine tedesco, cambia nome in Elba) è a sorpresa quasi tutto su sentieri sterrati e strade lastricate malamente, per lunghi tratti un percorso in "single track" da mountain bike per cui, pur se immersi in un paesaggio idilliaco, non riusciamo a percorrere molta strada.
Il caldo e la pressoché totale assenza di fontane lungo il percorso ci consigliano di fermarci a Kralupy, cittadina industriale molto post-comunista e del tutto priva di attrattive storiche e culturali, dove dopo una lunga fase decisionale scegliamo di alloggiare all'Hotel Stadion che, come scopriremo poco dopo, è stato ricavato dal complesso sportivo di uno stadio di hockey su ghiaccio.
Tutto mi sarei aspettato da questo viaggio tranne che di assistere, ad agosto, ad una partita di hockey tra i ragazzi locali ed una squadra di loro coetanei provenienti dagli USA!
Nonostante la distanza da Praga (pochi chilometri, in realtà, ma per le abitudini nostrane, si sa, sono anni luce) a cena incrociamo due turisti italiani, saranno gli ultimi da qui fino a Dresda.
11 agosto
L'itinerario riparte di nuovo su un sentiero in riva al fiume, e nel primo tratto è molto bello, poi si infila in mezzo ai campi su strade asfaltate un po' malmesse e pressoché deserte e va avanti così per diversi chilometri, attraversando minuscoli borghi rurali un po' cadenti.
La sorpresa, sgradevole, arriva al momento di attraversare un canale, quando siamo costretti a trascinarci le bici prima su e poi giù (salendo fino a sette o otto metri da terra) per le scalette metalliche di servizio di un ponteggio che sorregge due grosse condutture, che si perdono in lontananza in entrambe le direzioni. Il caldo secco stavolta non è alleviato nemmeno dai bar, che troviamo chiusi, per cui dopo l'ennesima pista polverosa nel bosco scegliamo nel primo pomeriggio di far sosta a Melnik, cittadina famosa per la produzione di vino e con un interessante centro storico. Dopo un'ultima salita siamo sulla terrazza panoramica da cui si ammira la confluenza di tre fiumi: è qui, infatti, che la Moldava si unisce al Labe.
12 agosto
Dietro consiglio di una coppia di turisti tedeschi che alloggiano nella nostra stessa pensione e stanno percorrendo l'itinerario in senso opposto, scegliamo alla partenza di effettuare la prossima tappa a Litomerice. La mattinata trascorre via allegramente, il percorso è su strade asfaltate e la distanza contenuta da percorrere fa sì che si trovi il tempo di fare un bagno, dopo il quale ci concediamo anche un pranzetto più "corposo" del solito. Resto stupito dal fatto di trovare in questo tratto che le segnalazioni dell'itinerario sono state realizzate alla stregua dei sentieri di montagna con tre strisce di vernice, sistema sicuramente semplice, pratico, poco costoso e durevole nel tempo. Nel pomeriggio secondo bagno nel Labe e poi un tranquillo arrivo, con tutto il tempo di una passeggiata prima di cena che ci colpisce per la specie di "coprifuoco" che si instaura alla chiusura dei negozi: le strade affollate e chiassose che abbiamo percorso per arrivare all'hotel, nel tempo della doccia pomeridiana sono diventate deserte e silenziose.
13 agosto
Giornata, per noi, "della Memoria".
A pochi chilometri da Litomerice sorge la città-fortezza di Terezin, resa tristemente famosa dai nazisti che vi realizzarono un campo di concentramento, dal quale gli ebrei venivano spediti ai campi di lavoro e di sterminio dell'est. L'esperienza è decisamente angosciante, forse meno per me, che ho già visitato Mathausen, di quanto lo sia per Emanuela.
Il museo conserva immagini, scritti, oggetti, di migliaia di persone, uomini, donne, bambini, sterminati senza motivo dalla follia nazista.
La visita all'adiacente "piccola fortezza", trasformata all'epoca in un carcere per prigionieri politici il cui destino era di venir torturati fino alla morte è, se possibile, ancora peggio.
Lasciamo Terezin nel primo pomeriggio accompagnati dai fantasmi dei morti e dall'incubo che un simile orrore, inspiegabile all'epoca e probabilmente tuttora inspiegato, possa risorgere di nuovo dalle tenebre dell'animo umano ed inghiottirci, insieme a tutto quello che amiamo, in un futuro più o meno remoto.
Ci siamo mossi tardi, e tuttavia non trovando soddisfacente alcun posto lungo la strada, complice anche la piacevolezza di pedalare con un tempo bello e relativamente fresco (e non ultimo il fatto che nell'ultimo tratto gli alloggi sono parecchio latitanti) finiamo col fermarci quasi alle otto di sera in un hotel ristorante poco lontano da Decin.
14 agosto
Dopo una breve visita al castello di Decin siamo di nuovo in riva al fiume, sulla pista ciclo-pedonale tracciata sul lato sinistro, e intorno all'ora di pranzo sconfiniamo in Germania.
Qui il Labe diventa Elba, passando attraverso un paesaggio roccioso e montano che prende il nome di "Svizzera Sassone".
Arriviamo a Bad Schandau con la minaccia della pioggia, che però ci coglie al riparo di un porticato adiacente all'ufficio informazioni, pensiamo di averla scampata ma veniamo invece moderatamente inzuppati poco prima di arrivare al Bed & Breakfast (o meglio "Zimmer frei") dove abbiamo prenotato da dormire presso una signora che, come scopriamo, non parla una parola d'inglese ma riesce ad ovviare ai problemi comunicativi con una grossa capacità mimica e tanta simpatia.
Dopo la Repubblica Ceca, di fatto a meno di dieci chilometri di distanza, la Germania sembra un altro mondo. I prezzi sono più o meno il doppio che oltre confine (grossomodo allineati con quelli italiani), e ci tocca rifare il bancomat perché qui si paga in Euro. A quanto capisco questa zona è da sempre una località turistica, e dopo la riunificazione delle due germanie seguita alla caduta del muro il "recupero economico" è stato molto più veloce che non, ovviamente, quello delle aree rurali e industriali della Repubblica Ceca.
Stasera, per cambiare, ceniamo in un ristorante cinese.
15 agosto
Con una "mossa" che lì per lì sembra intelligente (e a posteriori probabilmente lo è davvero...) confermiamo l'alloggio per la seconda notte, lasciamo i bagagli e partiamo alla volta di Dresda leggeri e con in tasca il biglietto del treno per il rientro in serata.
Sarà che è domenica, sarà che è ferragosto, sarà che siamo in una zona di villeggiatura, fatto sta che la pista ciclabile sull'Elba è un viavai forsennato di ciclisti/e di tutte le età in entrambe le direzioni, tanto da far quasi rimpiangere la quiete delle altre giornate. In compenso l'arrivo a Dresda è tranquillissimo, risaliamo dalle banchine e siamo in centro, il problema semmai è che sbuchiamo in una zona di ristoranti coi tavoli all'aperto all'ora di pranzo, e l'affollamento di turisti provenienti da ogni parte del mondo è tale che più che una città tedesca riporta alla mente immagini dei vicoli di Shangai o di una casbah araba.
Dresda è una strana città, rasa al suolo pressoché completamente alla fine della seconda guerra mondiale la sua ricostruzione, a sessant'anni di distanza, non è ancora completata, e proprio nel cuore del centro, accanto alla Frauekirche appena ricostruita, c'è un enorme cantiere. Probabilmente avranno pesato differenti impostazioni filosofiche, tant'è che l'edilizia razionalista ereditata dal recente passato come DDR sta in parte venendo demolita per restituire al centro di Dresda l'immagine e l'anima di una città barocca nelle quali gli abitanti sembrano più volersi riconoscere. Colpisce un gigantesco mosaico a parete di ispirazione comunista lasciato sporco, negletto e trascurato in un centro pieno di edifici appena restaurati, come pure la differenza tra le pietre nuove e ancora color crema con le quali sono stati ricostruiti gli edifici antichi e i "tasselli" neri di quelle che sono invece state recuperate dalle macerie, che dà a questi monumenti dall'impianto poderoso un ché di arlecchinesco.
Allontanandosi un po' dal centro, sfiorando i quartieri popolari, risulta però evidente come l'opulenza esibita per i turisti nelle vie centrali sia in realtà tutt'altro che equamente distribuita nel resto della città (e forse del paese).
Torniamo indietro a Bad Schandau col treno delle 18.00, che a Manu sembra un po' presto ma tra una cosa e l'altra ci consente di cenare non molto prima che la cucina del ristorante chiuda.
È domenica sera (e ferragosto,!) ma sembra già che la stagione vacanziera sia quasi finita, talmente pochi sono i turisti che si vedono in giro, anche il ristorante è semivuoto.
16 agosto
Completato il "giro di boa" a metà del tempo ci chiediamo cosa fare per il resto del viaggio, io propongo di cercare di tornare, o quantomeno riavvicinarsi, a Praga seguendo in itinerario diverso, dato che le cartine che abbiamo mostrano non lontano diversi parchi, zone protette e aree naturali, e Manu accetta, per cui ci muoviamo di nuovo alla volta della Repubblica Ceca passando però sulla riva opposta rispetto all'andata. Su questo lato la pista ciclabile confluisce nella strada carrozzabile, ed è curioso che stavolta le guardie di confine ci controllino i passaporti: quando siamo arrivati, sulla riva opposta, non c'era nessuno a controllare! Arrivati a Malé Brezno voltiamo a sinistra per il "parco" di Ceské Stredohorì, e imbocchiamo una splendida strada in lieve salita costeggiata da abeti ed imponenti formazioni rocciose. La zona è molto frequentata da mountain bikers, ed i sentieri e percorsi segnalati sono talmente tanti che alla fine riescono a farci sbagliare strada un paio di volte. Dopo il pranzo usciamo dall'area del parco, ma per diverso tempo il percorso continua ad essere immerso in un paesaggio di mezza-collina che non ci fa rimpiangere le rive fluviali dell'andata, anche il traffico è contenuto. Alla fine della giornata siamo di nuovo nei dintorni di Decin, anche se scegliamo di pernottare, per cambiare, in un hotel diverso da quello in cui abbiamo dormito pochi giorni prima.
Mi sento abbastanza soddisfatto ed ottimista, pensavo che il percorso collinare fosse più impegnativo, invece il fatto di viaggiare costantemente su asfalto anziché su un misto di sterrati in riva al fiume, consente di recuperare la maggior lunghezza delle tappe in pari tempo.
17 agosto
La giornata parte "strana", le prime strade che percorriamo sono abbastanza trafficate, tanto che decidiamo di fermarci per quasi un'ora in un paesino minuscolo solo per starcene distesi su un prato a non far niente. Poi la salita costante ma mai ripida che ci ha accompagnato per metà della mattinata lascia il posto ad un tracciato ondulato, ed infine si sbuca fuori dalle colline in un paesaggio che a me ricorda molto l'alto viterbese: campi di cereali a perdita d'occhio e qualche boschetto ogni tanto. L'idea è di fermarci a Steti, ben oltre Litomerice, ma quando ci arriviamo la troviamo talmente brutta da indurci a proseguire per Libechov, dove invece troviamo ad accoglierci un simpatico hotel stile “baita tirolese", con tanto di balconi fioriti, e un cordiale gestore baffuto che parla inglese e un po' d'italiano.
18 agosto
La tappa odierna ci porta nel parco di Kokorinsko.
Partiamo col cielo coperto e un bel fresco, percorrendo sentierini improbabili fra le case che senza cartine non avremmo mai osato imboccare, poi strade pressoché deserte che si inoltrano in boschi fitti, infine scelgo una strada sterrata che ci porta in mezzo ad una foresta di pini, fra resti di antiche case rupestri e formazioni rocciose incombenti. La strada è relativamente scomoda ed un acquazzone improvviso, dal quale riusciamo a ripararci sfruttando la tettoia di un antico pozzo, la riempe di pozzanghere, ma l'atmosfera è talmente da bosco delle fiabe che ci sembra di essere Hansel e Gretel in bicicletta. L'ultimo tratto è una pietraia ripida, per fortuna breve, che dobbiamo percorrere a spinta. Quindi torna il sereno e ci regaliamo un pranzetto in una trattoria locale, col menù solo in ceco (in genere riesco a tradurre almeno le cose principali dai menù in tedesco che fin qui non è mai mancato...) ed una signora che non parla inglese. Ordiniamo petti di pollo impanati grazie all'aiuto di una cliente, e mentre pranziamo il juke-box ci propone una versione tradotta in ceco di "My hometown" di Springsteen! Proseguiamo ripuntando verso sud, dapprima attraverso uno splendido sentiero in mezzo agli abeti, poi sulle strade interne del parco. Manu propone di visitare il castello di Kokorin, un'incredibile fortificazione praticamente nascosta dalla vista su tutti i lati dai boschi circostanti, con mura altissime ed una torre imponente. Scendiamo quindi costeggiando un fiumicello che occasionalmente si allarga a formare laghetti balneabili dove i locali sguazzano rumorosamente.
Per la serata puntiamo nuovamente su Melnik, contando di ripartire il giorno dopo costeggiando però il Labe anziché la Moldava.
19 agosto
L'idea di cambiare fiume non si rivela particolarmente felice: ad esclusione di un primo tratto effettivamente molto bello, il resto della giornata, afosa e polverosa, si trascina su sentieri sterrati sconnessi e scomodi, con un paesaggio piatto e ripetitivo che alterna impianti industriali a villini in riva al fiume. Fatichiamo non poco perfino a trovare un posto in cui mangiare qualcosa all'ora di pranzo, optando infine per un gelato in un café nella cittadina di Brandys nad Laben.
Per non allontanarci troppo da Praga scegliamo di pernottare lì vicino, in un hotel all'interno di un parco in prossimità di impianti sportivi. Poi riusciamo per un breve giro ed un eventuale ultimo bagno, e dopo qualche piccola tribolazione (la "pista" è un sentiero a malapena percorribile tra le sterpaglie) veniamo accontentati.
20 agosto
Ha piovuto tutta la notte, con tuoni e lampi, e giustamente è l'unico giorno di tutta la vacanza in cui siamo "costretti" a muoverci per tornare a Praga.
L'unica nota positiva della mattinata è la colazione, dal momento che "una tantum" riusciamo a spiegare che non vogliamo formaggi ed affettati e troviamo ad attenderci due krapfen a testa per accompagnare té e caffé.
Montiamo i bagagli e aspettiamo più di un'ora che la pioggia ci dia una tregua, quando ci muoviamo facciamo appena in tempo a ripartire che subito veniamo bloccati nuovamente, in paese, sotto un provvidenziale porticato, da un altro scroscio.
Finiamo col partire comunque sotto una pioggerellina lieve, per percorrere quest'ultima ventina di chilometri, dal momento che la mappa mostra un itinerario segnalato che arriva (parte?) al capolinea di una delle tre linee metropolitane, ma dobbiamo fermarci ancora una volta, e ne approfittiamo per pranzare con due zuppe calde.
Raggiunto l'albergo il tempo finalmente si rimette, e possiamo spendere il pomeriggio in giro per Praga a fare le ultime foto con una bella luce e comprare un po' di ricordini.
21 agosto
Solito tour de force (o corsa ad ostacoli) per rientrare in Italia.
Subito dopo colazione rimontiamo i bagagli sulle bici ed andiamo a prendere la metropolitana, cambiamo a metà per l'altra linea ed arriviamo al capolinea, da qui ci attendono più di dieci chilometri di strade trafficate e, scopriamo ora, in salita. In aeroporto bisogna smontare le bici e metterle nelle sacche, poi fare il chek-in sperando che non ci infliggano un sovrappeso (e stavolta la scampiamo), poi prendere il volo, atterrare, recuperare i bagagli e andare a prendere il treno per Roma-Tuscolana.
Alla fine di tutto è stato un viaggio interessante, in un pezzo di Europa sospeso tra antichi fasti barocchi e il recente fallimento dell'utopia comunista, che sta cercando di trovare una sua dimensione con molto più buonsenso e coerenza di quanto siamo abituati a vederne qui da noi.
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Pubblicato da enrico - domenica 04 dicembre 2005, 19:00
Dal giorno 14 novembre 2005 e' possibile acquistare il supplemento per
il trasporto bici in tutti gli ATM Trenitalia (le macchine self-service
per l'emissione dei biglietti), senza dover piu' fare la fila alla biglietteria.
(Leggi regolamento attuativo Trenitalia, PDF 93 Kbytes).
Stamani ne ho utilizzato una presso la stazione di Roma Tiburtina. Ho
anche scattato alcune foto col cellulare; si tratta di un'operazione assai
semplice, in tre passi:
1. Scelta dell'opzione "Supplemento Bici"
Nella primissima schermata, subito dopo la scelta del lingua:

2. Impostazione della stazione di destinazione e della data del viaggio
Analoga alla schermata di emissione dei biglietti tradizionali:

3. Conferma dell'operazione e pagamento
Il pagamento puo' avvenire tramite i metodi consueti (Carta di credito,
Bancomat, Contanti):


Ottendo alla fine l'emissione di un supplemento, analogo per aspetto e dimensioni
ad un biglietto di viaggio tradizionale (8×3¼ pollici,
circa 20×8 cm):

Alcune osservazioni:
- Si tratta come detto finora di un supplemento e non di un biglietto. Pertanto
occorre utilizzare la macchina self-service una seconda volta per
acquistare il biglietto vero e proprio.
- Il supplemento deve essere obliterato prima del suo utilizzo,
ed ha una validita' di 24 ore.
- A differenza del supplemento bici tradizionale, costituito da due tagliandi
(una ricevuta di pagamento da trattenere con se ed un attestato di pagamento
adesivo da incollare alla bici), in questo caso viene stampato un unico
tagliando.
Trattandosi di una ricevuta di pagamento (dal punto di vista
fiscale e legale), deve essere trattenuto con se e non applicato
alla bici, anche perche' in caso di smarrimento sarebbe impossibile
dimostrare di averlo pagato.
Il regolamento attuativo parla esplicitamente
di un altro tagliando identificativo da applicare sulla bici,
di propria invenzione (?); sinceramente mi sembra una cosa poco
chiara, e comunque si tratta di un'operazione facoltativa per la quale
non sono previste sanzioni.
- A differenza del supplemento bici tradizionale, di durata illimitata
(o almeno finche' non cambiano le tariffe) il supplemento self-service
scade 60 giorni dopo la sua emissione. Occorre quindi evitare di
acquistare supplementi aggiuntivi se non si usa frequentemente questo servizio.
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Pubblicato da - martedì 27 dicembre 2005, 11:02
(ovvero: considerazioni sparse e molto personalizzate, ma sicuramente condivisibili dalla maggiorparte dei cicloviaggiatori, sul piacere del viaggiare in bicicletta)

Ostello di Portree, Isola di Skye, Scozia, Agosto 2004. Ore 7:30.
Nella stanza dove ho passato la notte ci sono altre cinque persone: bagagli dappertutto, tra i quali spiccano due coppie di borse da bicicletta identiche (sono del tipo impermeabile): una appartiene a me, l'altra sicuramente a qualcuno degli altri ospiti della camerata con letti a castello, ma non so a chi.
Ho l'abitudine di svegliarmi abbastanza presto quando viaggio in bicicletta, ma stamattina qualcuno mi precede, e, come primissima, cosa, si accosta alla finestra della stanzetta, apre la tendina e guarda verso il cielo. Mi è bastato questo gesto per capire al volo che si trattava dell'altro cicloviaggiatore.
E sì, chi viaggia in bicicletta, soprattutto in paesi con il tempo non proprio sempre mite e stabile, è legato a filo doppio, quasi dipendente, dal tempo. Ma non che questo sia un limite: la pioggia quasi mai riesce a fermare un viaggiatore sui pedali, né gli toglie lo spirito che lo spinge a scegliere questo modo sicuramente insolito di trascorrere le vacanze. Semplicemente, il tempo è, per chi viaggia in bici, il fattore determinante per stabilire come sarà la giornata che comincia, sempre ed immancabilmente, con quel gesto di guardare fuori dalla finestra appena svegli: come ci si dovrà vestire, che tipo di percorso bisognerà scegliere, con che umore si partirà, come sarà la luce nelle fotografie che si scatteranno' insomma, dal responso di quel brevissimo esame, di quella veloce occhiata buttata lì con un occhio ancora chiuso per il sonno, dipenderà l'impostazione dell'intera giornata che ci si avvia a trascorrere sui pedali.
Nessun altro viaggiatore è così fortemente legato al tempo. Il fatto è che chi viaggia in bicicletta viaggia completamente immerso nello spazio che lo circonda. Non è solo questione di viaggiare lentamente, o di viaggiare con emissioni inquinanti pari a zero: è soprattutto il fatto di essere totalmente liberi da qualunque cosa che ci isoli fisicamente dall'ambiente che attraversiamo, come l'automobile o l'autobus, ma anche un casco da motociclista, a fare la differenza. In bicicletta non si viaggia da A a B: si viaggia sulla strada che collega A a B, e la strada stessa è l'oggetto della nostra esplorazione. Chi viaggia in bici non vede solo il posto da cui parte e quello in cui arriva, e non ha sempre bisogno di fermarsi per poter finalmente osservare qualcosa con più calma: vede e vive semplicemente ogni centimetro della strada che percorre, e si sente in completa fusione e armonia con tutto ciò che lo circonda. A cominciare dall'aria: nessun altro modo di viaggiare permette di sentire il profumo, l'umidità, la secchezza, la leggerezza dell'aria così come la bicicletta.
È per questo che il viaggio in bici comincia sempre guardando fuori dalla finestra appena alzati: si scruta l'elemento in cui saremo immersi per l'intera giornata per conoscerne in anticipo la forma nella quale ci si presenterà.
Dopo la colazione, sempre abbondante, mai eccessiva, si parte. Ma solo dopo aver compiuto quell'operazione fatta di gesti ogni giorno sempre più automatici e rituali che è il fare le borse da viaggio. Lo scorrere del tempo nel viaggio in bicicletta è scandito da due aspetti tra loto complementari ma contrastanti: l'aumentato 'feeling' con le proprie borse, quando si arriva a conoscere ogni minima piega che le magliette dovranno avere per essere sistemate al meglio nel ristretto spazio che le borse da bici mettono a disposizione, e l'aumentata difficoltà nel far entrare tutto nelle stesse, dopo che il nostro bagaglio sarà immancabilmente aumentato di volume per via degli irrinunciabili piccoli acquisti (regali, souvenir o generi alimentari poco importa) che avremo fatto durante le precedenti tappe del viaggio.
Ma, anche in questa operazione, il cicloviaggiatore si distingue dagli altri viaggiatori che incontra negli ostelli negli alberghi, nei bed and breakfast: per chi viaggia in bici il bagaglio non è solo la propria casa semovente, ma è, insieme, il suo peggior nemico e il suo migliore conforto. Mentre le borse si riempiono via via e prendono la loro forma definitiva, sappiamo che saranno le nostre gambe a portarle in giro per decine e decine di km., sappiamo che saranno loro a renderci ancora più dure le salite che incontreremo, sappiamo che saranno loro a frenare i nostri entusiasmi e i nostri tentativi di 'volare' nei tratti di pianura che maggiormente ci inviteranno a farlo, e sappiamo anche che saranno loro, le nostre borse da viaggio, a rendere le discese ancora più pericolose e ad aumentare a dismisura il consumo dei tacchetti dei nostri freni.
Ma sappiamo anche che in quelle borse così piccole c'è tutto quello di cui avremo bisogno in ogni momento del nostro viaggio: la nostra officina meccanica è lì pronta ad assisterci in caso di bisogno, i nostri vestiti del dopo-pedalata sono lì dentro pronti per essere indossati dopo che la doccia ci avrà lavato via di dosso la stanchezza accumulata durante la giornata, i nostri abiti 'tecnici' impermeabili sono lì dentro pronti nel momento in cui un'acquazzone ci sorprenderà.
Le borse del ciclista sono un bagaglio completamente diverso da quello di qualunque altro viaggiatore: non solo lontano anni luce dagli ingombranti bagagli di chi si sposta in macchina nell'illusione di viaggiare, ma diverso anche dal bagaglio del motociclista (forse anch'esso compatto, ma senza alcun problema di peso), e anche molto diverso da quello del saccoappelista e dell'escursionista a piedi: il primo userà il suo zaino solo per gli inevitabili spostamenti tra le varie stazioni di treni e di bus e gli ostelli, non come un fedele e costante compagno di viaggio; il secondo si sposterà prevalentemente in macchina da un inizio di sentiero all'altro, percorrendo le strade di montagna con un bagaglio molto più ridotto che gli sarà utile solo in quelle poche ore. Solo il cicloviaggiatore ha sempre tutto con sé e trasporta con le sue sole forze sempre tutto con sé.
Tutto dentro due piccole borse appese al portapacchi della bicicletta. È per questo che quel rituale del fare le borse la mattina prima di ripartire assume un significato così profondo e così piacevole.
Si parte. Non importa se si percorreranno 30 km. in pianura o 100 km. con continue salite, non importa se si è dei principianti o dei ciclisti sportivi alleatissimi, non importa se si terrà una media di 10 km/h o di 30 km/h: il risultato sarà lo stesso, si vivrà come nessun altro la strada che percorreremo. Con qualunque tempo, da soli o in compagnia, in Scozia o in Marocco, noi che viaggiamo pedalando ci muoveremo davvero nel paesaggio che attraverseremo, non lo ammireremo solamente, ma lo vivremo in pieno.
Cartina alla mano, il cicloviaggiatore non segue distrattamente autostrade o strade a scorrimento veloce, non gli interessa arrivare subito alla sua meta, perché la sua meta è la strada. Il cicloviaggiatore usa cartine a scala molto ridotta, cerca le strade che gli automobilisti evitano, sa riconoscere dalla cartina come sarà una strada, sa vedere salite, discese, pianure anche solo guardando la sua mappa' la cartina geografica è un altro degli inseparabili strumenti del cicloviaggiatore; per qualcuno diventa quasi un feticcio, un 'mondo in miniatura' da studiare preventivamente per poi poterlo assaporare dal vero.
Il cicloviaggio spesso comincia molto prima del primo giorno di pedalata, proprio sulla cartina stradale. Immaginare un itinerario, valutarne la difficoltà e la lunghezza, capire come collegare la varie tappe, come spostarsi per arrivare al punto di partenza e tornare dal luogo d'arrivo dell'ultima tappa, come toccare le località più interessanti senza allungare a dismisura i chilometraggi giornalieri' e poi, sul campo, modificare inevitabilmente tutte le previsioni per una strada interrotta, una salita più impegnativa del previsto, una stradina che nel frattempo è diventata una stradona trafficatissima, una strada sulla carta insignificante che viene dai locali indicata come bellissima, o un imprevisto calo di forma che consiglia di accorciare una tappa in una giornata-no'
Chi viaggia in bici guarda la sua cartina decine di volte al giorno, vuole costantemente rendersi conto di dove si trova, confrontare quello che vede con le indicazioni della geografia del posto che la mappa gli fornisce. Molto diverso dal guardare distrattamente la linea dell'autostrada indicata sulla Grande Mappa Generale scala 1:1500000 e seguire senza rendersi conto di nulla i cartelli stradali che indicano la località d'arrivo, per poi ripartire allo stesso modo.
Ecco una delle cose che aumenta il volume delle borse del cicloviaggiatore durante il percorso: le cartine dettagliatissime comprate sul posto. Spesso non serviranno durante lo stesso viaggio, ma saranno un oggetto di collezione, una specie di 'fotografia' dei posti attraversati in bicicletta, da consultare e riguardare a distanza di mesi insieme alle diapositive del viaggio. Un po' come portarsi a casa una riproduzione in piccolo della geografia dei luoghi esplorati.
È per questo che anche il rituale di fermarsi a consultare la cartina è uno dei gesti che più rimangono dentro dopo un viaggio in bicicletta'
Siamo arrivati. Abbiamo trovato da dormire per la notte, cosa non sempre immediata (del resto, viaggiare in bici rendere difficile pianificare troppo precisamente le tappe e prenotare tutto dal principio). Ci siamo fatti la doccia così a lungo agognata, specie se ha piovuto e se abbiamo preso particolarmente freddo. Ci rivestiamo come le sere precedenti, scegliendo tra i pochi abiti che ci siamo portati per il dopo pedalata, rigorosamente diversi da quelli utilizzati in bicicletta. Il bagaglio del cicloviaggiatore contiene abiti necessariamente leggeri e poco ingombranti, anche se fa freddo: banditi i pesantissimi jeans, i voluminosi maglioni di lana, spesso ci si ritrova in pantaloni di tela, maglietta e giacchino della tuta.
Finalmente ci mettiamo addosso una maglietta asciutta. Prendiamo la cartina, la guida, il diario di viaggio. È l'ora di uscire, farsi un giro nel paese meta della nostra tappa, di solito molto piccolo (il cicloviaggiatore non ama le città e i posti troppo affollati).
Cerchiamo un posto dove mangiare e bere qualcosa, possibilmente caldo e accogliente. La prima sorsata di birra è uno dei 'premi' a cui spesso pensiamo durante la pedalata, così come la cena che seguirà subito dopo. Chi viaggia in bici spesso durante il giorno si alimenta con quello che capita, difficilmente si ferma a pranzare, spesso non trova nemmeno un posto dove poterlo fare, e comunque tende a mangiare molto la mattina e a tenersi leggero durante il giorno. È alla sera che finalmente può godersi un altro dei momenti rituali che caratterizzano il suo viaggio: trovarsi ogni sera in un posto diverso e provare ogni sera qualcosa di diverso, magari seguendo con interesse e curiosità la variazioni di quello che mangia man mano che il suo percorso si sposta in regioni diverse.
Una cena dopo una giornata passata sui pedali durante un viaggio in bici è un momento particolare, unico, in cui non ci si rifocilla solamente, ma si studia il percorso del giorno dopo, si legge qualcosa sulle guide turistiche, si scrive il resoconto della giornata sul diario di viaggio, pratica che non a caso è molto frequente tra chi viaggia in bicicletta. Ed è anche il momento in cui ci si rilassa, ci si trova faccia a faccia (e non più fianco a fianco) con i propri compagni di viaggio. E si mangia sempre volentieri, con gusto, sapendo di farlo in modo sempre giusto ed equilibrato, provando anche un po' di soddisfazione per sentirsi sempre più in forma man mano che si va avanti, spesso tornando dal viaggio addirittura con qualche chilo di meno (cosa impensabile per i turisti motorizzati).
E, dopo la terza o la quarta pinta di birra, si va a dormire chiudendo finalmente gli occhi su quella che, comunque sia andata, sarà stata un'altra memorabile giornata di un indimenticabile viaggio sui pedali. Aspettando di poter riaprire gli occhi qualche ora dopo, per scrutare ancora una volta dalla finestra il cielo appena scesi dal letto.[1 comments] |
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