Pubblicato da Lorenzo Bartolucci - mercoledì 19 ottobre 2005, 18:44
Son tornato a Cerveteri alle 20.20, visto che il treno che sarebbe dovuto partire alle 18.27 da S. Pietro ha subito, causa guasti tecnici alla stazione Ostiense, ben 1 ora e 1/2 di ritardo.
Sebbene non mi rechi alla coop. Agricoltura Nova per la spesa ecologica, e lavori, come alcuni di voi sanno, a Ladispoli, devo dire che è proprio valsa la pena venire a partecipare a questa escursione cittadina.
Io non c'ero a sognare nel 2001 quello che si è realizzato l'altro ieri, ovvero l'inaugurazione del tratto centrale della pista del Tevere da Ponte Sublicio a Ponte Risorgimento, ma tutta quella gente che riempiva la banchina a godersi questa splendida giornata di sole, che solo questa città sa regalare, mi ha fatto rinnamorare di Roma.
Il ritardo inoltre mi ha consentito di salire in cima al Gianicolo e godermi, alla luce rossastra del tramonto, il profilo delle chiese e dei tetti color ocra degli edifici all'orizzonte, più uno spettacolo di Marionette di Acetella.
Ho conosciuto così un altro punto di vista di Roma e chissà che bello quando sarà completato il tratto fino a Ostia, magari con una diramazone per ponte Galeria, così via Maccarese potrò partire direttamente da Cerveteri e recarmi al mare in bici.[comments?] |
Pubblicato da - lunedì 10 ottobre 2005, 08:06

Cala Violina
26 settembre, lunedì. Castiglione della Pescaia-Cecina: 88 chilometri
Matteo, Cecilia , Elio
E’ la giornata più bella e intensa. Lorenzo l’ha cominciata pedalando alle 5.45 della mattina, con il cielo ancora stellato, per raggiungere Follonica e il suo treno per Roma. Ci ha lasciato la cioccolata, che dividiamo all’aperto, intorno ad un tavolo dove indugiamo volentieri a parlare.
Poi si pedala. Vogliamo portare Matteo a Cala Violina, dove c’è la sabbia che suona sotto i piedi e dove non possono arrivare i motori. Ci fermano dicendo che la caletta è chiusa perché girano un film su Napoleone con Monica Bellucci, ma noi andiamo avanti e la disubbidienza ci premia: in spiaggia c’è un guardaparco più conciliante che ci fa restare perché le riprese devono ancora cominciare.
E’ bagno, anzi, una sequenza di bagni, con Matteo incredulo che ripensa alla plumbea e piovosa Milano che si è lasciato alle spalle. E’ il suo primo assaggio di Mediterraneo. E non poteva cominciare meglio, visto che nella classifica di Legambiente Cala Violina risulta tra le migliori dieci spiagge d’Italia.
La bici di Matteo, una Specialized da strada, regge allo sterrato e lui è contento del test.
Sappiamo che la sosta balneare della mattina adesso ci obbliga a tappe forzate, così, dopo il panino sul lungomare di Follonica, inizia il trenino forsennato con punte di 28 all’ora. Ci fermiamo solo a San Guido, davanti al doppio filare di cipressi carducciani che portano a Bolgheri. Per fortuna a Venturina devo ritirare i soldi al Bancomat, così strappo una sosta in più. Arriviamo a Cecina: una lunga pineta divide la strada dal mare. La attraversiamo in un balzo e siamo in tempo per rimanere in estasi davanti al sole che tramonta. Il nostro alloggio è dall’altra parte della strada, una dependance dell’albergo a due passi dal mare, con una stanza, un bagno e una verandina. La cena è sulla spiaggia: il nostro è l’unico tavolo occupato, gli unici rumori sono le nostre voci e lo sciabordio delle onde.
Penso che sia l’ultima sera: il ritorno è previsto da Pisa all’ora di pranzo. Ma come succede in questi casi, basta mettersi nella giusta disposizione d’animo e le piacevoli combinazioni fortuite, che sono il sale dei viaggi, arrivano. Raggiunge Matteo al telefono il pisano che lo deve ospitare il giorno dopo e che ha organizzato la presentazione del suo libro “Europa Europa”. Dice che mi conosce, che è venuto al Cicloraduno a Roma. Ci parlo e scopro che è il papà di Alice, la bimba premiata con un campanello a forma di mucca alla serata di gala. Giacomo Lucente, questo è il suo nome, si offre di ospitare anche me e Elio. Perché rifiutare?

Tramonto a Cecina
27 settembre. Cecina-Pisa, 65 chilometri
Matteo, Cecilia, Elio
Un lungomare bello, ma senza sole, che va tutto contromano rispetto alla nostra direzione. «Tutte le strade portano per forza a Roma», dice Matteo. Così noi dobbiamo pedalare sulla parallela più interna, che quasi subito prende quota e ci vede impegnati in un continuo sali scendi. Passiamo davanti a Rossignano Solvay, gli stabilimenti del bicarbonato. Sapremo la sera che la struttura non provoca inquinamento atmosferico e della acque, ma l’inquinamento estetico è una ferita nel bel paesaggio che stiamo attraversando.
Il vero colpo però ce lo dà Livorno, che rompe la felice continuità dell’armonia toscana e ci precipita in un contesto mediorientale. E non è solo per il porto. Ci sono trasandatezza, rumore, smog, automobili e motorini dappertutto. Le polveri sottili si appiccicano alla pelle e lasciano sulle labbra un sapore acre. Passiamo davanti ad una scuola superiore all’ora di uscita e fatichiamo a districarci nel caos dei motorini, a bordo i ragazzi portano il casco slacciato.
Altro che giro della città. Fuggiamo. E insieme a Livorno di lasciamo alle spalle la pioggia. Raggiungiamo Tirrenia, con i suoi decandenti fasti di memoria fascista, poi Marina di Pisa, dove l’Arno incontra il mare. Risaliamo il fiume per 11 chilometri fino a Pisa, che pedaliamo contromano per raggiungere la Torre pendente e piazza dei Miracoli, dove ci attende Giacomo, di Pisa in bici-Fiab, nata solo da un anno e mezzo ma già molto attiva. Giacomo, per esempio, si batte per aprire i contromano alle biciclette. Tour al Comune e poi alla libreria Mongolfiera, per la presentazione del libro di Matteo, “Europa, Europa”.
La mattina per me ed Elio la sveglia è alle 6.30 per prendere il treno alle 7.40. Matteo si alza con noi. E’ il momento dei saluti.

Con Giacomo a Pisa[1 comments] |
Pubblicato da - sabato 01 ottobre 2005, 13:04
APULIABIKE
(ovvero: breve cronaca di un viaggio minimalista su due ruote)

Ce ce n’am a scì, sciamaninne!
Questo è quello che alla fine mi sono detto, mentre riflettevo sulla possibilità di passare qualche giorno in bicicletta in giro per la Puglia per raggiungere i miei familiari sparsi sulle due coste del tacco dello stivale. E già, chi l’ha detto che per viaggiare in bicicletta bisogna necessariamente guardare lontano, oltre i confini nazionali? Perché, dopo aver girato mezza Europa e attraversato due volte l’Italia in solitaria non provare a riscoprire la mia regione d’origine in bicicletta?
Le difficoltà del trasporto della bici sui treni a lunga percorrenza (non avevo nessuna voglia di smontare la bici e usare la sacca, scomodissima sui treni ES), unite alla determinazione a non contribuire in alcun modo alle desolanti statistiche sull’esodo automobilistico estivo, hanno fatto sì che alla fine venisse fuori un breve viaggio assolutamente minimalista, fatto di lunghi spostamenti utilizzando solo treni regionali e, ovviamente, la bicicletta. In particolare ho apprezzato moltissimo il riscoperto piacere del viaggio in treno “lento”, a piccole tappe, lungo linee secondarie dove più che altrove il treno dà veramente l’impressione di non essere più un mezzo meccanico estraneo al paesaggio naturale, ma una parte integrante dell’ambiente, tanto simile, in questo, alla bicicletta! Se ripenso a quel convoglio che si arrampicava a 40 all’ora sulla linea Termoli-Campobasso mi tornano in mente, per associazione di idee, i km. silenziosi sui pedali attraverso le strade deserte nell’Alta Murgia… e ho la conferma di come l’amore per il treno e la passione per la bicicletta siano davvero facce di una stessa medaglia.
Parto quindi, martedì 9 agosto, da Roma per Bari via Pescara, Termoli e Foggia, per un totale di oltre 10 ore di viaggio. Ho con me, a differenza di altri viaggi, la MTB ammortizzata con ruote semiartigliate, visto che la mitica Mass da strada, compagna di tanti viaggi negli anni passati, mi ha di recente lasciato… ma viaggiare con la MTB ha rivelato i suoi vantaggi in termini di comfort sulla strada, di migliore tenuta del mezzo carico di bagagli e soprattutto di resistenza alle forature. E non mi ha affatto impedito di percorrere a ogni tappa chilometraggi a tre cifre, anzi…
Nei miei piani, semplicemente ripartire in bici da Bari per arrivare in Salento, dove mio fratello stava trascorrendo le sue vacanze estive, e da lì sullo Jonio, sconfinando per pochi km. in Basilicata, per incontrare i miei genitori, anch’essi in vacanza, per tornare infine a Bari sempre in bicicletta. Il tutto passando attraverso l’altopiano della Murgia e riscoprendo, anzi, spesso scoprendo per la prima volta, la mia regione come non l’avevo mai vista prima.
Devo dire che ci sono riuscito, e quello che mi è rimasto è il ricordo di uno dei viaggi in bicicletta più “sentiti” che abbia mai fatto.
MERCOLEDI’ 10 AGOSTO: BARI – ROSAMARINA, 96 KM.
Dopo il lungo viaggio in treno del giorno prima e la notte trascorsa nella casa dove ho vissuto fino a 11 anni fa riparto finalmente in bicicletta, in una mattina di sole e caldo che non promette di diventare torrido. Esco facilmente da Bari dirigendomi subito verso l’interno, non potendo percorrere in bicicletta la trafficatissima litoranea verso Brindisi. Percorro quindi strade secondarie passando per Triggiano, Noicattaro, Conversano, salendo fino a circa 300 metri (da queste parti le altimetrie sono piuttosto deludenti, anche se i saliscendi non mancano). Mi rinfresco con l’acqua delle fontanelle dell’Acquedotto Pugliese, ritrovando quel piccolo piacere legato a lontane partitelle di pallone dell’infanzia puntualmente concluse con la corsa verso quelle oasi di ghisa di inizio ‘900, e pedalo attraverso familiari paesaggi di muretti a secco e distese di olivi, che man mano che mi allontano dalla città si fanno sempre più impressionanti: alberi secolari, enormi, quasi surreali nelle loro forme uniche (non ci sono due piante con il tronco uguale!), sembrano scherzi della Natura, sculture viventi, monumenti all’adattabilità del regno vegetale in condizioni impossibili… sole, silenzio, siccità, solitudine e sassi sono le “cinque S” di cui ha bisogno l’ulivo per crescere bene, e sulla Murgia queste condizioni ci sono tutte. Ho visto queste distese di ulivi migliaia di volte in passato, ma viaggiando in bicicletta assumono un aspetto completamente diverso, e mi sembra di scoprirle per la prima volta.
Da Conversano scendo verso Monopoli, trovando finalmente il mare, e proseguo lungo la litoranea (che da qui non coincide più con la superstrada) fino a Torre Canne, con un vento contrario che si fa sempre più fastidioso e rende l’andatura difficoltosa, lungo un tratto di costa rocciosa sempre più bella e già un po’ salentina.
Da Torre Canne devo ripiegare di nuovo verso l’interno, fino alla vecchia SS 16, proseguendo fin quasi a Ostini, e tagliando verso il villaggio costiero di Rosamarina, meta di questa prima tappa, attraverso una strada sterrata in mezzo al nulla che scende gradatamente verso il mare. Arrivo con le spalle bruciate dal sole, e, dopo aver ripreso in braccio mia nipote Lauretta, posso finalmente riposarmi.
VENERDI’ 12 AGOSTO: ROSAMARINA – TORRE DELL’ORSO, 157 KM.
Dopo una giornata di ozio in spiaggia, la bicicletta e lo spirito nomade che formano il principale carattere dominante del mio codice genetico reclamano i loro diritti, e sono di nuovo in sella. Direzione sud, verso il Salento, l’estrema propaggine sud-est dell’Italia, la “regione nella regione” così diversa dalla parte settentrionale della Puglia. E, soprattutto, così ancora vergine e sconosciuta fino a pochi anni fa, prima della sua esplosione che l’ha resa oggi tanto popolare e ne ha portato alla ribalta nazionale aspetti di una cultura popolare un tempo nota forse solo agli antropologi. In effetti non c’è stato paese in cui sia passato che non pubblicizzasse una “serata speciale della Taranta” o un “festival della Pizzica Salentina”, evidentemente per soddisfare le aspettative dei turisti che da qualche anno cominciano ad affollarsi anche da queste parti nei mesi estivi.
Parto presto per evitare il gran caldo, ma oggi è una giornata coperta, minaccia quasi di piovere. E, ancora, c’è un forte vento contrario, che mi accompagnerà per quasi tutta la giornata, in pieno accordo alla Legge di Murphy del ciclista, che dice che tutte le strade sono o in salita o controvento.
Da Rosamarina salgo fino ad Ostuni, forse il paese più bello di tutta la Puglia insieme ad Alberobello, e da qui percorro strade interne attraversando Carovigno, S. Vito dei Normanni, Mesagne, S. Pietro Vernotico, entrando in provincia di Lecce a Squinzano. Ancora avanti fino a Trepuzzi, e arrivo finalmente a Lecce, dopo che ho percorso già 85 km. ed è ancora mezzogiorno.
Attraverso il centro della capitale del Barocco senza fermarmici troppo, la mia meta finale è la costa, precisamente il villaggio di Torre dell’Orso, dove ho passato due estati indimenticabili, ormai oltre vent’anni fa. Temo di trovare uno sfacelo di abusivismo edilizio e turismo di massa stile Rimini, invece ritrovo una costa straordinaria di roccia calcarea bianca puntellata da una miriade di grotte e anfratti, mare cristallino, pinete e “Bari merda” scritto su ogni metro quadrato di muro a disposizione (con alcune risposte sullo stesso tono da parte di qualche barese di passaggio – ma quella lasciata da me vent’anni fa probabilmente è stata cancellata).
Dopo un bagno ristoratore (con la girnata che si fa provvidenzialmente soleggiata) e un ristoro a base di gelato riparto per tornare a Lecce e prendere il treno per tornare indietro fino a Ostuni, e da qui tornare a Rosamarina, per un totale di 157 km. percorsi (con metà bagaglio), che non sono il mio record personale ma che sento comunque nelle gambe. Ma ne è valsa davvero la pena.
SABATO 13 AGOSTO: ROSAMARINA – METAPONTO, 138 KM.
Chissà se Lauretta, che ha quindici mesi di vita, si chiede come mai lo zio arriva e riparte sempre con quello strano attrezzo e con quel caschetto in testa… e chissà se la mia presenza non possa essere, un lontano giorno, un ricordo subliminale e far diventare anche lei una viaggiatrice sui pedali… quello che è certo è che mi piacerebbe portare anche lei in giro sulla bicicletta, mentre riparto diretto sulla costa del Mar Jonio per incontrare i miei genitori.
C’è molto più sole di ieri stamattina, e la tappa si annuncia molto più impegnativa, non solo perché ho la bici a pieno carico e l’itinerario prevede diversi saliscendi sulle colline della Murgia, ma anche perché ho deciso di deviare dal percorso più diretto e dirigermi verso Alberobello, attraversando la Valle d’Itria, per comprare qualche bottiglia di rosolio da portare ad Elena, che ha sempre gradito molto questo liquore artigianale tipicamente pugliese. E così completerò il viaggio con un carico sulla bici che sfiora i 20 kg!
Ripercorro la stessa strada di ieri fino a Ostuni, dirigendomi successivamente in direzione nord, verso Cisternino e la Valle d’Itria. Comincio a salire sulla Murgia, e le strade che percorro diventano subito meravigliose. Pedalo immerso tra gli ulivi, i trulli e le masserie, e sono quasi solo sulla strada. Per fortuna non si vedono cani in giro, e posso fugare così l’unica vera paura che mi porto dietro quando viaggio in bici da solo.
Passo da Locorotondo, e dopo 45 km. totali sono ad Alberobello. Arrivo nel cuore della zona monumentale tra comitive di giapponesi incuriositi ai quali regalo un diversivo per le loro fotocamere digitali, trovo un negozietto che vende decine di tipi di rosolio e riparto con tre bottiglie nelle borse sulla bicicletta, ma solo dopo averli assaggiati tutti… e ritrovo così l’inebriante sensazione di pedalare sotto il sole con la testa in preda ai fumi etilici già provata qualche anno fa durante un giro in bici delle cantine del Chianti…
Smaltisco l’eccesso alcolico nei km. che mi separano da Noci, da dove prendo un’altra strada indimenticabile che mi porta a Mottola, in provincia di Taranto, attraverso 20 km. di saliscendi continui caratterizzati soprattutto da numerosi branchi di cavalli al pascolo. E riparto da Mottola dopo il solito gelato-pranzo, in veloce discesa verso la costa che già si intravede dalla sommità della collina su cui sorge il paese.
Dal piccolo borgo di Palagianello raggiungo quindi il litorale jonico zigzagando per evitare le strade più trafficate, fino a “sfociare” sulla superstrada SS 406 che dovrò percorrere senza alternative fino a Metaponto, anche se fortunatamente sulla “complanare”, non proprio bella ma utilizzabile come pista ciclabile.
E lo vedo.
E’ lui. L’Esodo di Ferragosto, il Mostro che ogni estate riempie le cronache dei media con le sue code chilometriche, i suoi “gravi disagi”, i suoi morti accettati e tollerati come una necessità inevitabile, i suoi “è scandaloso!” gridati nelle interviste dei TG senza riflettere sul fatto che lo scandalo non è non avere a disposizione autostrade a 20 corsie, ma considerare e promuovere l’automobile come l’unico mezzo di trasporto concepibile. In un autogrill dove mi fermo per fare il pieno d’acqua incontro frotte di forzati delle code che mi guardano come se fossi un marziano, mentre sono semplicemente stanco e sudato come loro, ma molto meno stressato di loro e molto più soddisfatto di loro.
Percorro così una ventina di km. accanto al serpentone di automobili fino al confine con la Basilicata, dove la complanare termina e si ricongiunge alla superstrada, che sono costretto a percorrere per 3 km. prima di arrivare a Metaponto.
E nel primo pomeriggio arrivo finalmente sul mare, accolto da mia madre, che mi abbraccia come se fossi un miracolato, e mio padre, a cui tento di spiegare i motivi che non solo mi spingono a viaggiare in bicicletta, ma che addirittura me lo fanno piacere… fino a ricordargli che l’amore per il treno e per la bicicletta (e l’allergia per l’automobile) me li ha inculcati proprio lui, che è a tutti gli effetti “uno dei nostri”, anche se su una bicicletta forse non ci sale da qualche decina d’anni.
MARTEDI’ 16 AGOSTO: METAPONTO – BARI, 108 KM.
Mi avrà pure fatto piacere passare un po’ di tempo con i miei, ma due giorni in un villaggio vacanze sono troppo per il mio codice genetico. E così decido di concludere questo mio breve viaggio non già tornando in treno direttamente da Metaponto a Roma via Potenza e Napoli, come avevo inizialmente programmato, ma chiudendo l’anello in bicicletta fino a Bari e da qui in treno, a ritroso rispetto al viaggio di andata.
Naturalmente saluto i miei dicendogli che sono diretto in stazione… ed effettivamente alla stazione di Metaponto ci passo davanti, proseguendo in direzione nord per raggiungere Bari attraverso l’Alta Murgia, forse la parte più spettacolare e magnifica dell’intera regione.
Lascio dopo pochi km. la statale per Matera e devio verso Ginosa. Qui comincia la parte più bella (e più impegnativa) di tutto il mio viaggio. Le “cinque S” sono l’unica cosa che mi fa compagnia per almeno due terzi della tappa, fino al culmine della strada che da Laterza arriva a Santeramo in Colle, attraverso un deserto di sassi che a tratti mi ricorda il Burren irlandese, anche se qui non c’è la minima traccia d’acqua. Passo due ore di quasi estasi, con il sole che mi brucia ancora le spalle, ma so di essere al meglio della mia resa in bicicletta proprio con questo clima caldo, soleggiato e secco, quindi vado avanti senza problemi.
I problemi, piuttosto, arrivano quando, passando davanti all’ennesima masseria, il silenzio viene rotto improvvisamente da dei suoni tanto familiari quanto minacciosi, che diventano piuttosto inquietanti quando mi rendo conto di due cose: una, che il cancello della masseria è aperto; due, che gli esseri (provvisti di denti) che emettono quei suoni stanno correndo verso di me. La situazione è resa anche peggiore dal fatto che la strada è in quel momento in salita. Mi fermo allora di colpo e torno indietro di qualche decina di metri, e aspetto. Quelli stanno sempre lì, non si muovono, e se tento di ripartire riprendono a correre, fermandosi solo quando faccio nuovamente dietro-front. E’ quasi una comica!
Cerco di rompere lo stallo, e chiamo a gran voce verso la masseria. Fa capolino una vecchia contadina che mi dice semplicemente: “chìst sò buèni, ma tu a dà fescì!!” (questi sono buoni, ma tu devi correre). Molto rassicurante. Le belve sono sempre lì, incuranti della presenza della padrona. Allora trattengo il fiato, e dò fondo a tutta l’adrenalina che ho in corpo con uno scatto degno del peggior Dario Frigo (quello arrestato al Tour per doping). Ne seguono trenta secondi da brivido, io che pedalo a tutta e quelli dietro ad abbaiare, a mezzo metro dai miei polpacci, e la vecchia che mi grida “fùsc, fùsc!” (corri, corri). Ripensandoci, ho come il sospetto che mi stesse un po’ prendendo per il culo…
Ma la Murgia non è terra di pastori, i cani sono di solito bracchi da caccia, e quelli che ho dietro probabilmente hanno solo voglia di divertirsi un po’ e di far divertire la str… ehm, la vecchia contadina. Così dopo un po’ tornano indietro, lasciandomi riflettere sull’eventualità di portarmi una scacciacani o un cannemozze quando vado in bici da solo.
A Santeramo raggiungo, a 500 metri, il punto più alto del viaggio, e riparto verso Cassano Murge finalmente in discesa, anche se il vento contrario annulla quasi l’effetto dato dalla pendenza negativa. E arrivo così nel posto che più di ogni altro è legato alla mia infanzia, dove trascorrevo tutta l’estate e tutti i week-end immerso nella campagna al limitare della Foresta Mercadante. E, soprattutto, dove è nata la mia passione ciclistica, scorazzando su strade brecciate sulla mia Chopper da cross con ammortizzatori finti, sellone con spalliera e cambio a quattro marce con leva tipo automobilistico sul tubo orizzontale, sogno e mito di ogni bambino negli anni ’70, quando le MTB esistevano solo nella mente di Tom Ritchey.
So già che sulla collina dove avevamo la casa di campagna è oggi tutto diverso, grazie alla speculazione edilizia, ed evito accuratamente di passarci. Mi concedo allora ancora un maxi-gelato per pranzo (integrato comunque sempre con barrette energetiche ai cereali che mangio nel corso della giornata), e riparto per affrontare gli ultimi 30 km. verso Bari. So che la strada è in leggera e veloce discesa, ma non so in partenza che troverò un vento contrario fortissimo che trasformerà quei chilometri nei peggiori dell’intero viaggio. Arrivo comunque a Bari che sono appena le tre di pomeriggio, prima di quanto avessi preventivato, in una città deserta e chiusa per ferie.
Riparto, e stavolta in treno per davvero, la mattina seguente, dopo un giro attraverso la mia città che vado a visitare con la bici in assetto da viaggio come ho fatto tante volte in posti per me sconosciuti, per lo più all’estero… una sensazione strana e divertente, che rafforza ancora una volta l’idea di come in bicicletta si possa riscoprire tutto da un diverso punto di vista.
Il viaggio in treno per Roma cambiando a Foggia, Termoli e Campobasso è spettacolare anche più di quello all’andata, che era invece via Pescara, anche se rischio di rimanere a terra a causa della rigidità di un capotreno un po' troppo zelante nella stazione di Bari.
Quando, a sera, arrivo a Roma, mi sembra di tornare da un viaggio in bici come altri, ma forse anche più bello, nel quale ho visitato e scoperto posti nuovi dove non ero mai stato prima.
E forse è stato proprio così.
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