Pubblicato da admin - venerdì 16 maggio 2008, 21:46
Riceviamo da Roberto Torta e volentieri pubblichiamo:
Detour a Betlemme e nei Territori palestinesi occupati Un gruppo di 5 (Cristina, Daniele, Davide, Veronica ed io) la mattina del 29 aprile decide di effettuare una breve escursione nei Territori palestinesi occupati, dopotutto Betlemme è a una ventina di chilometri da Gerusalemme e sarebbe un peccato non approfittarne.
Confesso che più della Basilica della Natività e il suo significato profondo per il cattolicesimo e coloro che lo professano, quello che mi spinge verso Betlemme è il voler conoscere da vicino, in diretta, il significato di quel muro alto otto metri innalzato arbitrariamente da una delle parti antagoniste.
Arrivare al check-point davvero simile all’entrata di un carcere di massima sicurezza e leggere l’avviso “vietato il passaggio ai cittadini israeliani” è la testimonianza di qualcosa di contraddittorio: cittadini israeliani prigionieri di sé stessi?
Al cospetto dei militari pesantemente avvolti da mitra e altre armi, ma sorprendentemente calmi e gentili, ci basta rispondere che siamo italiani e l’attesa dura solo pochi secondi, spero lo stesso trattamento sia riservato anche a cittadini di altre nazionalità, ma mi piace sospettare che siano proprio le biciclette a rappresentare un bel segnale di pace e semplicità.
Abbiamo ora il famoso muro alle spalle, ci voltiamo e vediamo i murales, come su tutti i muri di quel tipo, scritte inneggianti la libertà, speranze di abbattimenti ancora molto improbabili, qualche frase d’amore.
Siamo entrati quindi agevolmente nei famosi Territori, la Palestina occupata, non cambia il paesaggio naturale circostante sempre a metà tra la terra brulla e il tentativo di attecchire del verde, ma cambia radicalmente il paesaggio umano, dalle strade alle auto, dalle insegne alle case.
Arriviamo dritti sparati alla Natività, parcheggiamo le bici accanto ad un tronco che racconta un suo lungo passato tra generazioni di uomini diversi e con gruppi di ragazzini che effettuano i loro giri di avvicinamento sempre più stretti alle nostre compagne in alluminio. Comunque nessun problema, poliziotti in borghese in ogni dove provvedono ad allontanarli.
A turno, perché le bici le amiamo molto, entriamo nella Basilica dalla porta d’ingresso famosa perché bisogna abbassarsi e di molto per entrare, scendiamo nel luogo che viene considerato la culla di Gesù accanto alla mangiatoia, stanno svolgendo un rito con canti e fumi d’incenso, tutto molto semplice e così lontano dalle scene di fanatismo viste il giorno prima al Santo Sepolcro, bello, quasi un senso di pacificazione dell’anima.
Torniamo quindi nella città araba, nella vita quotidiana di una popolazione fiaccata da muri ed embarghi ma sicuramente caparbia e orgogliosa, a parte i sempre pericolosi estremismi.
Al Sufara è il “ristorante” che ci ospita e ci fa mangiare uno dei migliori felafel (polpette di ceci e fave con cipolla e altre spezie) che ho mangiato in questo fantastico viaggio.
Quindi il ritorno al di là (o al di qua?) del muro, un incredibile muro alto otto metri e lungo più di seicento chilometri.
Israele, un paese che comunque la si pensi…fa pensare.
Grazie alle guide e ai tostissimi compagni di viaggio.
Roberto
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